Antonio Sixty: ecco come ho stravolto Cechov

In altri decenni, per Antonio Syxty, mettere in scena «Il gabbiano» di Cechov avrebbe significato «cedere alla tentazione di fare del teatro borghese». Poi, verso la fine degli anni '80, Giovanni Testori mise in crisi i suoi convincimenti. Assistendo a un suo spettacolo sperimentale, infatti, il drammaturgo tutt'altro che borghese profetizzò soddisfatto: «A giudicare da quel che ho visto, presto dirigerai Cechov». Il vaticinio si avverò nel 2001, quando il suo allestimento del «Giardino dei ciliegi» fu uno dei più grandi successi del Litta. A 14 anni di distanza, ecco un'altra regia di un testo dell'autore russo: questa volta appunto «Il gabbiano», in scena nel teatro di corso Magenta fino al 22 febbraio. Naturalmente si tratta di un Cechov «alla Syxty», ovvero «rovesciato, aggredito, per niente romantico». D'altra parte è «Il gabbiano» stesso, secondo il direttore artistico del Litta, a essere «un testo crudele e di sconcertante attualità. A cominciare dalla figura di Konstantin, il protagonista, un giovane aspirante scrittore che, interrotti gli studi universitari, cerca una ragione di vita nell'arte, ma in maniera inconcludente». L'incompiutezza, la frustrazione, «l'essere sbagliati» accomuna tutti i personaggi, ma soprattutto i più giovani come Nina, la protagonista femminile, a sua volta aspirante attrice «che tenta di evadere, attraverso il teatro, dal clima stagnante della vita di provincia, senza però riuscirvi». «Il gabbiano» va quindi letto come un dramma generazionale? «In parte effettivamente lo è», ammette Syxty. «Non a caso i personaggi più anziani, cioè la madre di Konstantin, Arkadina, e il suo amante Trigorin, sono un'attrice e uno scrittore di successo, eppure inappagati, che di fatto ostacolano la realizzazione dei due giovani. Però sarebbe sbagliato ridurre a una vicenda generazionale un testo ben più complesso. Al centro del “Gabbiano”, semmai, c'è il problema del compimento dell'opera d'arte così come di quello della vita. Per Cechov l'uno sembra essere inscindibile dall'altro, ma è proprio questa inestricabilità a rendere entrambi problematici». In una «città ad alto tasso di giovani e aspiranti artisti», qual è Milano secondo Syxty, “Il gabbiano” non corre il rischio di sembrare inattuale. E non rientra negli schemi attardati del «teatro borghese» l'allestimento di Syxty, imperniato su di uno «spazio vuoto, nel quale vengono proiettate le figure dei personaggi».