Le barricate al Ticinese Risotti ieri, aperitivi oggi

Le cinque giornate dei milanesi che avevano resistito agli austriaci Oggi spazio all'happy hour, figlio delle osterie del Porta e Stendhal

In cima stava il gatto. Era impagliato. E ce l'aveva messo un bambino. Sotto, i materassi. E poi, tavoli. Sedie rotte. Vecchi legni. Sacchi di sabbia. Di là, gli austriaci. Di qua, i milanesi. Erano le barricate di Porta Marengo. Chiamiamola così, alla francese. Perché celebrava la vittoria a Marengo, 14 giugno 1800. Contro quegli austriaci che in verità non l'hanno mai chiamata. Forse perché lì sotto hanno visto le streghe. E deve esser sembrata loro anche un po' beffarda quella scritta che vi campeggia al colmo. «Paci populorum sospitae». Ovverossia: alla pace, liberatrice dei popoli. Proprio a loro che spesso se ne sono dovuti andare con le pive nel sacco.

È lì dal 1814, ma l'idea di costruirla venne a Napoleone nel 1802. La matita fu quella del Cagnola, un tipo da codici, indirizzato a studi legali e integrato nell'amministrazione austriaca. Ma Luigi non ne volle sapere. Fece un progetto che finì nel cestino. E un altro - posticcio - per i fiori d'arancio di Eugenio Beauharnais con Amalia di Baviera. Una porta in legno rimossa dopo le nozze. Ma piovvero gli osanna. Cagnola aveva trovato la sua strada.

In cima stava il gatto in quei giorni di metà marzo sotto Porta Marenca, che la gente soprannominò confidenzialmente cica. Così, senza doppia c. Perché stava per chica , cioè piccola. In spagnolo. E gli spagnoli l'avevano costruita sì, ma un bel chilometro prima. Perché, a metà del Trecento, Milano finiva lì. Tra San Lorenzo e il Naviglio. Oggi è sotto i ferri del reastauro. Ma allora, il Ticinese era fuori città. Come Porta Marengo, adesso che darle un nome non significa più schierarsi. «Francia o Spagna purché se magna» si diceva. E invece, sotto la Porta, in quel 1848 c'erano gli austriaci. E la gente aveva rafforzato i suoi argini fatti di cianfrusaglie.

In cima stava il gatto. E ce l'aveva messo un bambino. Un martinitt . Uno di quelli che portavano gli ordini da una barricata all'altra. I piccoli eroi delle Cinque giornate. Su di loro i fucili di Radetzky non sparavano. Ordine di Maria Teresa. L'imperatrice aveva preso sotto tutela quegli orfanelli e provvedeva al loro sostentamento. Loro però difendevano Milano. Donne che potevano essere le loro madri. Erano novantaquattro dietro quelle barriere di ciarpame. Luisa Battistotti Sassi era una delle tante. Abitava con il marito in via Vettabbia al 3645. Non distante da porta Marenca. E non aveva neanche trent'anni. Quella mattina strappò la rivoltella dalla fondina di un soldato croato. Gliela puntò contro. E pretese che altri cinque con lui le si arrendessero. Furono consegnati in caserma. Come altri tre che avrebbero saccheggiato e ferito l'Agostina e suo figlio.

I Rovescalli vivevano in vicolo Sambuco. Di fianco all'arco. E alle barricate. La Luisa piombò anche lì. E quei tre li condusse per il coppino davanti al Comitato di difesa. L'ardire le valse una baby pensione di 365 lire all'anno dal Governo provvisorio. Ma non la vide mai. Gli austriaci, costretti al dietrofront, tornarono un pugno di mesi dopo. E lei fuggì. Esule. Prima in Piemonte, poi solcò l'oceano. Approdò negli Stati Uniti. Ma sparì nel nulla.

In cima stava il gatto. Impagliato. Ma altero. Guardingo custode. E non permise il passaggio all'austriaco. Almeno allora. Ma da allora, sotto la Porta, di gatti - e di animali in generale - se ne sono visti sempre tanti. Come in ogni mercato che si rispetti. E quella era la fiera più rinomata della Lombardia. Da secoli vi si commerciavano cavalli e bovini. Poi toccò ai formaggi. Venivano da Chiaravalle. Santi profumi della cascina dell'abbazia. Padroni di casa, da quelle parti. Nel borgh di formaggiatt , cioè quel corso San Gottardo, che dalla piazza partiva. E odorava da voltastomaco per chi fatica davanti ai latticini. Poi vennero gli ortaggi. E oggi il pescivendolo. Nel vecchio dazio è di scena l' happy hour . A metà strada fra un aperitivo e una cena. Ma la verità è che lì, si mangiava da sempre. E si mangiava bene.

Il Porta era un goloso vero. E di gola morì. Lo uccise la gotta a soli 46 anni. Malattia legata al cibo. E lo sapeva bene Stendhal, un francese che a Milano lasciò il cuore. Subì il fascino di quel poeta che ribattezzò charmant Carline , con cui condivise tavoli e osteria. In particolare quella del noce che stava proprio lì, in piazza Mercato, come si chiamava allora. Lato sud. Oggi c'è il portico. Il noce, nel cortile del ristorante, non ce l'ha fatta. Ma l' Osteria de la nôs è rimasta un'istituzione. Risotto e bianchino di Montevecchia. Perché il riso nasce nell'acqua e muore nel vino.

Stessi gusti dell'ingegnere. Uno, che quella professione non fece mai. Con carta e penna si sentiva a casa. Ma la sua casa era un po' a Milano e un po' a Roma. Accoppiamenti giudiziosi. E pasticciacci di via Merulana. La Nôs era resistita. E Gadda lo sapeva. Ci era andato. Come Giuseppe Rovani un secolo prima, che - da scapigliato un po' burlone - ogni tanto la buttava lì: Voo a fa el gir di sett ges . E il giro delle sette chiese - che faceva il verso alla visita dei fedeli ai sepolcri nel venerdì santo - era per lui il ciondolare fra altrettante locande. Dalla Nôs in piazza Mercato ai Trii scagn al Carrobbio. Tutto in un pugno di chilometri. E poco importa. Perché lo sgabello - o scagn che dir si voglia - è l'emblema del Ticinese. Rosso in campo bianco.

I colori della città. Di un quartiere ruspante, fondato sull'amicizia. E sul lavoro. Duro. Come quello del cordaio. I Fossati abitavano all'inizio del corso ai primi del Novecento. Villette monofamiliari. Avevano un figlio. E dopo la scuola andava da papà a imparare il mestiere. Aveva un amico, Guido. Per lo svago. Per il gioco. A 12 anni decisero che a quell'amicizia servivano simboli. E piantarono una quercia.

Era il 1903. Guido non ce la fece. Se ne andò nel '10. A diciannove anni. Ma l'albero è ancora lì. E ha spento 112 candeline. Poco più che centenario, nel 2004, si è ritrovato tra i rami l'impennata artistica firmata Maurizio Cattelan, che gli ha appeso i manichini di bambini impiccati. E qualcuno ha detto la sua, attaccando al fusto strani cartelli. La quercia ha resistito a tutto. Attentati compresi. E cambi di nome. Piazza Mercato oggi è intestata a una data. XXIV maggio. Era maggio e si faceva la guerra. La Grande Guerra. I primi fanti del Piave. Dove non passa lo straniero. Come da Porta Marengo. Gh'è su el gatt . Ovvero, non si passa. Non si tocca. Ecco perché. In cima stava il gatto.

Il feldmaresciallo Josef Radetzky (nella foto) morì a Milano nel 1858. E qui ebbe la sua seconda famiglia. Sposatosi controvoglia con la sua connazionale - la friulana Franziska Strassoldo - si legò alla lavandaia Giuditta Meregalli che gli diede quattro figli. Un giorno uno di loro insultò un prete e si beccò dal padre un poderoso calcio nel sedere. L'aneddoto fece subito una rapido giro della città al punto da diventare presto un'espressione proverbiale. Oggi il detto è in disuso. Come il gesto punitivo. Tuttavia allora non era difficile sentire un genitore invitare il figlio a fare il bravo altrimenti «te tiri on Radetsky».