Berengo Gardin, «scatti» di letteratura

Qualche anno fa Ferdinando Scianna scrisse che le immagini di Gianni Berengo Gardin «sono più letterarie che giornalistiche». In effetti ogni scatto di questo fotografo ottantaduenne, tra i più noti del nostro paese a livello internazionale, si basa su di un presupposto narrativo, come emerge nitidamente dalla mostra appena inaugurata a Palazzo Reale («Gianni Berengo Gardin. Storie di un fotografo», a cura di Denis Curti, aperta fino all'8 settembre). Sia che attesti la «Disperata allegria» dei Rom, come avviene in un bellissimo reportage degli anni '70, sia che si focalizzi sulla quotidianità della «Gente di Milano», lo sguardo di Berengo Gardin sottintende una trama di cui le immagini rappresentano degli snodi non necessariamente salienti, e anzi spesso dei passaggi minori. La peculiarità del suo stile, ciò che lo ha reso davvero inconfondibile e celebre, è infatti la capacità di narrare una grande storia attraverso i suoi episodi secondari e le sue note a margine.
In sostanza cosa racconta Berengo Gardin? Sempre la medesima vicenda (e ciò contribuisce non poco a renderlo identificabile e ad assicurargli il successo), ovvero il lento riscatto di un paese che, uscito dalla guerra, si è avviato alla modernità anche chiudendo i manicomi e lasciando che i giovani si baciassero in pubblico senza troppi drammi (la mostra di Palazzo Reale gronda di baci). Di questa situazione narrativa, replicata sino allo sfinimento da molto cinema e da troppa letteratura contemporanea, Berengo Gardin fornisce una versione in rigoroso bianco e nero, perché secondo lui «il colore distrae sia il fotografo, sia chi guarda le sue opere»: soltanto così, solo favorendo la giusto dose di attenzione, la sua testimonianza può rivelarsi assorta ed emotivamente calibrata. Tra i numerosi pregi della mostra milanese, uno dei più eclatanti consiste nel demolire lo stereotipo dell'antiestetismo di GBG, come ormai lo si chiama nel mondo della fotografia internazionale, sulla scia di quel HCB con cui si abbrevia il nome nientemeno che di Henri Cartier-Bresson. Non dubitiamo che, «tra la forma e il contenuto», per lui «il contenuto resti il più forte», e sarà anche vero che, alle foto «belle, cioè soprattutto estetiche», prediliga quelle «buone, cioè utili ed etiche». Però dalle sequenze di scatti si evince che una grande importanza nella loro riuscita l'hanno i segni obliqui, le geometrie frammentate, le traiettorie eleganti delineate da un bianco nero formalmente impeccabile, estetico, e a volte anche un po' estetizzante.