Bonalumi, mostra in ricordo dell'assistente scomparso

A una settimana dal tragico incidente, apre finalmente l'antologica dedicata al grande maestro spazialista

Agostino Bonalumi ha sempre seguito un codice di condotta per realizzare le sue opere: sì a leggi precise, ma sufficientemente flessibili per non risultare limitanti. Altrimenti avrebbe realizzato multipli, e invece al primo piano di Palazzo Reale, allestita su undici sale, troviamo un'antologica di centoventi opere, ognuna diversa. La mostra ha inaugurato ieri, alla presenza del figlio dell'artista, Fabrizio, e con la doverosa dedica a Luca Lovati, amico e assistente di Bonalumi fin dagli anni Settanta, artigiano esperto, scomparso una settimana fa in seguito alla caduta da una scala su cui era salito mentre allestiva la mostra nel museo. «Una tragica fatalità», ha detto Filippo Del Corno, assessore alla Cultura, spiegando che l'incidente (sul quale è in corso un'indagine) è avvenuto per un «malore gravissimo» di Lovati.

«Bonalumi 1958-2013» (fino al 30 settembre, ingresso libero) ripercorre, per la cura di Marco Meneguzzo e dell'Archivio dell'artista, cinque decenni di creatività del maestro lombardo, dagli esordi in una Milano affamata di novità e riscatto agli ultimi lavori eseguiti negli anni della malattia. Nato a Vimercate nel '35, autodidatta nutrito dagli incontri con Enrico Baj e soprattutto con quel Lucio Fontana sempre pronto a sostenere i giovani artisti milanesi con consigli (e l'acquisto di qualche opera), Agostino Bonalumi diventa presto amico di Piero Manzoni ed Enrico Castellani. Nel '58 esce il primo numero di Azimuth, i galleristi e il mercato non capiscono subito il valore del gruppo, sorgono litigi e incomprensioni: c'è la voglia da parte della nuova generazione di trovare una propria strada, di smarcarsi dai tagli e dai concetti spaziali del venerato maestro Fontana. Bonalumi la sua strada la trova, eccome: «arte retta» la definisce Meneguzzo, onesta, innovativa, razionale, apollinea. Digerita la lezione per cui la tela è tutto ciò che c'è dentro e fuori, Bonalumi declina a modo suo la ricerca approdando all'estroflessione: la pittura esce dal quadro, diventa un oggetto che dialoga con l'esterno e genera forme tridimensionali, razionali eppure poetiche, modificando lo spazio che la circonda. Non è informale, ma ordinata. Regola con le sue forme e i suoi codici la realtà che ci circonda, li declina con colori primari (il rosso, il giallo, il blu) e con altre infinte sfumature (come gli ultimi lavori sull'azzurro e l'acquamarina). Prende oggetti comuni e li plasma in forme calibrate e rassicuranti. Seguiamo di sala in sala la pittura di Bonalumi complice anche la felice intuizione di sfruttare la luce naturale delle finestre - che esce dalla cornice per diventare ambiente: a metà degli anni Sessanta Milano apprezza questa rivoluzione e, dopo le mostre da Arturo Schwarz e poi alla Galleria del Naviglio, arriva la chiamata alla Biennale di Venezia nel '66 e anche nel '70. È in questa seconda edizione che Bonalumi presenta la splendida «Struttura modulare bianca», complessa installazione di moduli ascendenti, ora in mostra a Palazzo Reale. Seguiamo Bonalumi lavorare ora sul disco come forma che occupa lo spazio, ora sulla combinazione di griglie, sulle scansioni, su fil di ferro che aprono a nuove prospettive, fino ai lavori dell'ultimo periodo, estroflessioni più morbide e tondeggianti. Sperimentatore mai casuale (lo dimostra il focus dedicato ai progetti allestito al primo piano del Museo del 900), oggi è anche apprezzato dal mercato. La prima sala, con i 16 pannelli di Blu Abitabile realizzati nel '67 accostati a una delle sculture sferiche e una tela estroflessa bianca riassume al meglio tutta l'ordinata ma mai asettica poetica di Bonalumi.