Da Capaci alla Thyssen: il ritorno del teatro civile

Un ciclo di spettacoli sulle grandi ferite italiane a 50 anni dal '68, tra utopia e senso dello Stato

Cinquant'anni dal Sessantotto: quanto basta per capire che, se anche cambiano i nomi, i volti, i luoghi, i linguaggi e... i governi, spesso i grandi problemi ritornano. E ci toccano ancora, come individui e membri di una comunità.

Per questo è possibile, a mezzo secolo dal maggio francese che segnò l'apice del movimento in Europa, raccontare le atmosfere, gli stati d'animo e anche le illusioni di allora attraverso i drammi, le contraddizioni e le speranze di oggi. Senza inutili nostalgie, ma con la stessa passione. È l'idea del progetto di teatro civile Le joli mai, che parte l'8 maggio al Parenti e prosegue per tutto il mese tra spettacoli, musica, poesia, danza, cinema e incontri. Non tanto per raccontare le vicende di quegli anni -come sottolinea Andrée Ruth Shammah, direttrice del Parenti- quanto per rievocarne la passione civile attraverso fatti e momenti che hanno cambiato la nostra storia: come i drammatici 57 giorni che separano la strage di Capaci, in cui perse la vita Giovanni Falcone, dall'omicidio dell'amico e collega Paolo Borsellino, a Palermo. Neppure due mesi, ma intensi come una vita e spaventosi come la solitudine che prelude alla morte, magistralmente ripercorsi da Ruggero Cappuccio in Paolo Borsellino Essendo Stato, dal 15 al 20 maggio, con documenti e materiali inediti.

Prima, però, uno sguardo agli altri continenti, anche perché - è sempre Shammah a ricordarlo- «in quegli anni per noi a Milano si è aperto un mondo. Improvvisamente ci si occupava di terre lontane, paesi fino ad allora sconosciuti». Ecco il senso di Verso Sankara. Alla scoperta della mia Africa, di Maurizio Schmidt con Alberto Malanchino, realizzato dopo un viaggio in Burkina Faso sulle tracce di Tomà, il Che Guevara africano, in scena dall'8 al 20. Tra Vecchio Continente e Continente Nero ci accompagna Livia Grossi, con Ricchi di cosa? Poveri di cosa?, dal 9 all'11, mentre Marco Pezza ricorda in Pioggia un episodio di xenofobia avvenuto pochi anni fa alle porte di Milano (23-25 maggio). E se nelle utopie del passato la classe operaia andava in paradiso -ma si faceva per dire-, oggi rischia di tornare all'inferno, e purtroppo in alcuni casi non è una metafora: Marco di Stefano, su idea di Lara Franceschetti, riaccende in Acciaio liquido (17 e 18 maggio) le fiamme che nel 2007 uccisero sette dipendenti della ThyssenKrupp a Torino, e Gaetano Colella, regia di Enrico Messina, entra all'Ilva, lo stabilimento più grande d'Europa («Capatosta», 29-31). Il 21 si ricorda la legge Basaglia e i suoi effetti con Tutti non ci sono, di Dario D'Ambrosi. Per la musica, dal 13 maggio all'8 luglio prende vita Electropark exchanges, con concerti e workshop. Il 25 maggio Eleonora Bordonaro affonda nella tradizione delle cantastorie siciliane con Cuttuni e lamé, e il 27 Guido Barbieri viaggia attraverso le scritture migranti in The migrant nation. Ma è il 18 la sorpresa che non ti aspetti: un'intera notte insieme, dalle 21.30, aspettando il silent concert dell'alba (Andrea Vizzini per Piano city) nell'incantevole cornice dei Bagni Misteriosi. Una piccola Woodstock in salsa meneghina, con tanto di tende e materassini.

Certe cose, però, non sono più come un tempo: «Rispetto ad allora - riflette Shammah - vedo meno arroganza, che è poi quella che ha fatto naufragare le utopie del '68. Allora ci si sentiva pieni di certezze, si credeva che tutto fosse semplice e si potessero cambiare le persone e le cose senza tenere conto della loro complessità. Oggi si è capita l'importanza di mettersi in discussione».