Carnevale che non t'aspetti Ai poveri i confetti di gesso

Erano gli scherzi violenti della festa ambrosiana di ieri Oggi i bambini si lanciano i coriandoli e le stelle filanti

Cadevano come la manna. E su quelle monete piovute dal cielo, i pezzenti si tuffavano. Famelici e sognanti. Sgomitando per rubarsele. La fine della miseria era a portata di mano. Miraggio bruciante. Al solo toccarle, però, spuntava il trucco. E, ustionati, bestemmiavano il signore. Quello con la minuscola. Perché la burla era pari alla beffa. Rovente. Aristocratiche risa prendevano a pugni la plebea furia. Ma non si seppe mai se l'infame trovata fosse davvero nata per la prima volta nella settecentesca mente di Onofrio del Grillo. Era costui un ricco marchese che si faceva scherno del popolo affamato nella Roma papalina. Ereditò le sostanze di un vecchio zio e, non pago, sposò Faustina Capranica, ancor più facoltosa di lui. E passò la vita lanciando spiccioli incandescenti in testa a quell'esercito di mendichi. Scornati oggetti del suo divertimento.In quel di Mediolanum, dove la goliardia aveva tradizione lunga assai, il giochetto era ben noto. Tanto che qualcuno aveva trovato il rimedio. Un bell'ombrellino perché, in fondo, sempre di pioggia si trattava. E dopo le monete infuocate vennero i confetti di gesso. Progenitori dei coriandoli che a Milano esordirono. Ma non lasciavano bernoccoli. Come i loro nonni. Dolcetti e scherzetti ante litteram, insomma. Halloween però non c'entra nulla. Era. Solo. Carnevale. Quando, ben si sa, ogni scherzo vale. E sotto il Duomo nessuno è mai andato troppo per il sottile. Tanto che il termine «teppista» è nato qui.Viene da «teppa», sostantivo che significa «muschio» ed è stato poi affibbiato ai vandali in generale. Gente non specializzata in devastazioni. Chiunque faccia danni, dunque. Il verdeggiante tappeto ricopriva la facciata di Villa Simonetta, quartier generale della compagnia - appunto - de la teppa. Qui, all'oscuro di occhi indiscreti, un gruppo di giovani di ottime e danarose famiglie architettavano le loro bravate. Nel 1821 esagerarono e ci pensò la polizia a por fine a quelle gesta.Accadde che uno di loro incassò un due di picche da gentil fanciulla e giurò vendetta. Gli indomabili perdigiorno organizzarono una festa e promisero a un manipolo di nani, gobbi e storpi una notte di passione senza freni con una squadra di prostitute. Raccolsero decine di deformi per tutta la città e non fu difficile radunare altrettante damigelle dell'alta società, invitate - a loro detta - a una cena di gala. Chiuse le porte della villa, entrarono gli assatanati rifiuti umani, convinti di avere a che fare con donne di facili costumi.Morale. Sparì la compagnia, ma rimase il termine. Teppista. Di cui è oggi ben noto il significato, meno le origini. La filologia è materia che non imbroglia né tradisce. Sorprende. Carnevale viene dal latino, carnem levare. Ovvero, togliere la carne. Il lemma nacque nel Duecento e alludeva all'inizio della Quaresima, quando si diventava vegetariani per 40 giorni, come fioretto offerto alle sofferenze di Cristo. Poi furono solo i venerdì. Ai nostri tempi il magro e digiuno è un po' sparito, ma il sabato grasso - trasudante bisboccia, chiacchiere e tortelli - è vivo e vegeto quanto mai.È rimasta anche parte di una spiacevole tradizione. Il furto in maschera. Ha radici lontane, nei cortei in costume dell'Ottocento. Quando non era raro che all'improvviso qualcuno gridasse «al ladro», all'indirizzo di... Arlecchino. In molti si nascondevano dietro i travestimenti più ricorrenti per allungare più comodamente le mani nelle tasche altrui. Proteggendo i connotati, rubacchiavano qua e là senza essere... smascherati. Anzi, la derisione stritolava il malcapitato di turno, doppiamente schernito. Per essersi fatto gabbare e, per di più, da un goffo personaggio di fantasia. Tradizione rispettata in questo XXI secolo in cui farmacie e spesso perfino banche sono rapinate da Pulcinella.Negli anni Settanta e Ottanta del Novecento il gusto di menar le mani si declinò con la crudeltà. A piovere erano arance al ripieno di lametta. E un buon cecchino sfregiava il viso del suo bersaglio. Chi non era un abile tiratore invece, riempiva randelli di plastica con gesso bagnato e quella che sembrava un'innocua clava dalla cacofonica pernacchia distorta, si rivelava una mazzata da spedire all'ospedale chi la riceveva. I più miti si armavano di schiuma da barba e i vestiti finivano dal tintore. Alla peggio, in pattumiera.Lo scherzo, insomma, era un incubo con la faccia buffa del buontempone. Le scuole erano luoghi da evitare per le imboscate legalizzate dal banditismo carnascialesco. E il carnevale - allungato alla milanese - prolungava la paura. La tradizione nacque con Ambrogio, partito per un pellegrinaggio dietro la promessa di tornare per tempo. Tardò e, al suo rientro, concesse una dispensa, l'habeatis grassum. Quattro giorni di svago prima della quaresima penitenziale. Fino al sabato grasso che, da allora, restò tale.In realtà, se i bagordi milanesi non si fermavano al martedì che precede «le ceneri» ma si protraevano secondo il rito che fu definito ambrosiano, era una vile questione di numeri. Le quaranta giornate di pentimento - eco di quelle trascorse da Gesù nel deserto - non conteggiano le domeniche secondo la romanità, mentre le includono nella versione di Ambrogio. La bizzarria dell'arcivescovo ebbe nemici anche in Curia. Nel 1576, con la città piegata dalla peste, Carlo Borrromeo, uno che visse di mistica ascesi e divenne santo, tentò di proibire i festeggiamenti. Nel 1630, pure il suo illustre cugino, il cardinal Federigo, si azzardò a cancellare quei fatidici quattro giorni in più. Entrambi - tonache potenti destinate a riposare in perpetuo l'uno a pochi passi dall'altro in Duomo - dovettero arrendersi al popolo che continuava imperterrito a trasformare la città in una bolgia infernale, lanciando fetide uova ripiene di liquidi maleodoranti, mentre i patrizi organizzavano feste di corte e spettacoli gestiti da scenografi e coreografi. Uno di loro, Leonardo, ne allestì per il Moro.Perché, in fondo, a Milano, il carnevale era una repubblica indipendente costruita sui danee. Tra chi li spende, chi li guadagna e chi li raccatta. Tra monete incandescenti e bigliettoni investiti in gozzoviglie d'alto rango. Meneghino ne è la sintesi. Il nome è il diminutivo di Domenighino. Con la g. Alla milanese, ma la radice è Domenico e di cognome fa Pecenna, cioè pettine. Perché il suddetto è parrucchiere. Siccome non naviga nell'oro e deve mantenere anche la Cecca, sua moglie, il modesto ma onesto barbiere lavora a giornata. Appunto, di domenica. Fa il maggiordomo di quella nobiltà un po' decaduta che non può permettersi una servitù ma non rinuncia ad averne nel giorno della festa. Forme di povertà. E di finzione.