Cause bestiali in tribunale: nasce l'avvocato degli animali

«Non voglio più questo chihuahua. Ha uno zebedeo solo invece di due. Quando me l'hanno venduto non me ne sono accorto. Intendo far causa al negozio». I clienti si esprimono in questo modo con Francesca Passerini, 52 anni, milanese. Avvocato animalista. Non solo nel senso che adora i pet, ma perché è specializzata in cause di animali. «Nessuno può credere a cosa si appiglino gli uomini quando mettono di mezzo due componenti: le norme e la bestia. Sregolatezze bestiali - racconta -. La legge italiana deve fare un passo: creare un patentino, come ha fatto con il motorino per i ragazzi. Quando da ragazza guidavo il Ciao la patente non c'era. Oggi ci vuole. Mettiamola anche per comperare un animale, affinché non si creda più di portarsi in casa un tamoghotci. Bisogna sconfiggere la cattiva ignoranza. Necessita una patente che istruisca la persona fin dall'acquisto del furetto, oggi di gran moda, o della tartaruga».
La causa del microcane monodotato durò un anno e mezzo e il negozio fu costretto a risarcire il cliente gabbato. Più tosta si fa la questione quando di mezzo c'è un divorzio. Presente un vecchio film, La guerra dei Roses, dove la moglie per far crepare di cuore il marito gli cucina il fedele cane? Non è eccesso, è normalità. «Nelle questioni divorziali il cane o il gatto sono come i figli: bisogna decidere a chi dei due va e per quanti fine settimana possa tenerlo il coniuge cui la bestiolina non è stata affidata». Francesca Passerini sostiene di non condividere l'usanza inglese che ha istituito un giudice specializzato solo in questo tipo di problematica, con tanto di psicologo petspecialista in grado di valutare in quale dei due umani, femmina o maschio, Fido riconosca il suo padrone, ma se le cose andranno avanti così, non si può escludere che anche l'Italia abbia bisogno di un nuovo tipo di giudice.
Ormai i casi in cui un vicino accusa l'altro perché tiene in casa una pantera, come continua ad accadere tra proprietari di ville isolate, stanno passando in cavalleria di fronte alla frequenza delle liti del buon vicinato, dove il maggior imputato ha quattro zampe. «Bisogna essere sottili nell'analisi di questo tipo di contenziosi - specifica Francesca Passerini -. In una città come Milano, ad esempio, l'istinto alla libertà dell'uomo è sempre più represso, quindi l'animale diventa un feticcio su cui scaricare la rabbia di non vivere isolati in un castello, dove poter scorazzare come si vuole, quindi si educa il cane ad una sorta di liberticidio. Esempio. Non si usa più la chiave per sfregiare nel garage l'automobile fiammante dell'odiato signor Bianchini. Si izzano gli artigli del gatto. Per imbrattare lo zerbino? Altro che vernice! Si spinge il cane a fare i suoi bisogni sul tappettino con su scritto «Casa dolce casa». Non è più l'animale ad essere come il padrone, ma è il padrone che non vede l'ora di poter essere come il cane. E' questa la tragedia».
E la casistica s'allarga ad ali d'aquila. C'è la signora costretta a denunciare la pensione perché, dopo le vacanze, è andata per ritirare il pregiato pappagallo esotico... e il pappagallo non c'è più. Volatilizzato! La pensione ci ha piazzato il business. A New York vanno alla grande due interventi: l'estirpazione di unghie al cucciolo felix affinché non graffi niente, oppure un'operazione alla gola al cane per renderlo muto. «Qui ci sono i collari che scaricano una scossa elettrica non appena gli animali cercano di fare miao o bau. Purtroppo sono sempre più usati. Per questo insisto: non bisogna che gli animali siano venduti ad uno sprovveduto, ma solo al cliente con le carte in regola per amarli. Viviamo in un momento in cui non proiettiamo più su di loro il bene, ma il male».