Il cinese Xu Bing mette in mostra i misteri della lingua

L'artista che pubblicò un romanzo usando «faccine» degli smartphone

Simone FinottiLa ricerca della lingua universale? È vecchia almeno quanto la torre di Babele, quando la «lingua di Adamo», prima compresa da tutto il genere umano, si disperse in migliaia di idiomi diversi e improvvisamente cessammo di comprenderci. Da allora furono in tanti, nella storia, a chiedersi quale sia la «lingua naturale» dell'uomo. Forse una soluzione l'ha trovata l'artista cinese Xu Bing, salito di recente agli onori delle cronache per l'originale «Book from the Ground», un romanzo fatto solo di emoticon -tipo le immagini e le icone degli sms, per capirci- sulla vita di un certo signor Black. Una sorta di geroglifico dell'era di WhatsApp, dal titolo vagamente mahleriano («Libro della terra», che segue il «Libro del cielo», scritto negli anni '80 con migliaia di caratteri cinesi d'invenzione), senza parole e proprio per questo comprensibile in tutti i paesi del mondo, indipendentemente dalla lingua che vi si parla. Perché forse il vero segreto per capirsi ad ogni latitudine è sostituire a un codice fatto di lettere il linguaggio delle emozioni. E anche l'arte, come a suo tempo il pensiero filosofico, sta forse vivendo la sua «svolta linguistica». È fin dagli esordi, del resto, che l'arte di Xu Bing si interroga sui misteri della lingua scritta, creando capolavori profondissimi che ora sbarcano per la prima volta in Italia grazie alla mostra «Worlds of Words/Goods of Gods», a cura di Hans de Wolf, in Triennale da oggi al 6 marzo (ingresso libero). L'idea parte nel 2013, quando il curatore, a Pechino, si imbatte nell'ambiziosa stanza-installazione «The Character of Characters», un'animazione video di 17 minuti proiettata su una parete con una pellicola di 12 metri simile a una pergamena. Obiettivo: dimostrare come i primi caratteri cinesi siano frutto dell'osservazione della natura. Detto fatto: dopo una tappa a Bruxelles, coronata da un successo enorme, la «stanza» di Xu Bing arriva a Milano, ma sotto una nuova luce: l'opera è infatti messa a confronto con un suo «omologo» africano, le 426 sillabe dell'artista Frédéric Bruly Bouabré, il cosiddetto Alphabet Bété, l'unico alfabeto sviluppato in Africa, e con altri lavori sulle parole di Marcel Broodthaers, Alighiero Boetti, Piero Manzoni, Le Corbusier, Guy Rombouts e Jyvia Soma Mashe. Nato nel 1955 a Chongqing, Xu Bing crebbe nel clima della rivoluzione culturale e nel 1975 fu separato dalla famiglia e mandato in campagna, dove restò fino al 1977. Al ritorno scrisse il celebre «Libro del cielo». Trasferitosi negli Usa nel 1990, ci rimase per 18 anni. Oggi vive a Pechino ed è considerato uno dei maestri più autorevoli dell'arte cinese contemporanea.