Corea, il guru Usa adesso rilegge gli eroi della tastiera

La star in sala «Verdi» suona Evans e Monk. Una vita da pioniere e di duetti con altri big

Si può dire che ogni anno, più o meno, Chick Corea, settantasettenne di Chelsea con origini italiane, non abbia mancato nel «regalare» un po' del suo ricco mondo musicale, a Milano, all'Italia. È sempre un onore ospitare uno dei «grandi vecchi» del jazz mondiale - sabato anche lui in Conservatorio dopo Stefano Bollani - lui che è componente di quella trimurti che ha dominato il '900 degli ultimi decenni - in questo genere -; gli altri sono Keith Jarrett - tra l'altro quest'anno Leone D'oro alla Biennale Musica di Venezia - e il poliedrico Herbie Hancock. Chick vincitore di ben 22 Grammy Award, è considerato uno di quei big che hanno saputo creare e mantenere uno stile molto personale, un modello, diventando un faro per legioni di strumentisti ai quattro angoli del mondo che ama il jazz. C'era una volta un giovane talentuoso in forte ascesa.

In un gioco degli «estremi» biografici eccolo agli esordi, correva l'anno 1965, con il trombettista Blue Mitchell; e della serie «incontri con uomini straordinari», a un certo punto della carriera l'avventura incredibile con Miles Davis. Di successo le collaborazioni con Anthony Braxton e con il vibrafonista Gary Burton. Curiosità nostrana è la «Targa Tenco» nell'anno 1993 per il brano titolato «Sicily» interpretato dal compianto Pino Daniele. E già qui si colgono le due anime di questo grande dell'improvvisazione, al netto delle band che lui ha formato. C'è il Corea che dona al pubblico notevoli cavalcate pianistiche, attraversando con i suoi pezzi i più diversi generi, dai ritmi latini alla contemporanea di stampo novecentesco, passando per la fusion -; a proposito si ricorda il generoso recital di qualche anno fa all'Orto Botanico milanese -; poi il Corea dei «duo». Eccolo divertirsi con diversi suoi pari; e altri ancora fino al «collega» Friedrich Gulda. Tutto questo, che tradotto è significato pure un'immane quantità di concerti e dischi incisi, fino all'oggi con l'ultima fatica sui palcoscenici, l'avventura da solista omaggiando alcuni suoi «eroi del pianoforte». Se porterà questo (e altro) quale miglior luogo, per un jazz cameristico, del Conservatorio meneghino. Anche qui il gioco degli estremi: dal 1971 quando registrò «Piano Improvisations», novità per la sua generazione, un album considerato pionieristico, fino al progetto attuale, dove il pianoforte è sempre e comunque al centro dei suoi pensieri, della sua poetica; la riscoperta e interpretazione di personalità del calibro di Bill Evans e Thelonius Monk. Aria di «musica classica del jazz».