Così nella casa dell'hinterland spunta la famiglia del «Jihad»

Arrivati a Inzago dieci anni fa, poi è iniziata la trasformazione La conversione all'Islam e la furia fondamentalista della figlia

Il ruolo più difficile, si sa, nella maggior parte delle situazioni, spetta ai genitori. E il signor Sergio Sergio, tarantino di Sava che secondo i programmi dell'invasata figlia Maria Giulia - ma ormai di fatto per tutti «Fatima», trasferitasi in Siria con il marito mujahidin per combattere nello Stato Islamico - a giugno, dopo aver fatto la tanto temuta hijrah (in arabo «emigrazione»). Avrebbe dovuto compiere i suoi 61 anni in Siria, chissà sotto quale tetto e tra quali nuovi e singolari «vicini» di casa. E dal suo appartamentino di Inzago, si trova a dover rompere i ponti con quei kuffar («miscredenti») dei suoi datori di lavoro. Prima però, come un qualsiasi operaio che ha lavorato tutta una vita, Allah o non Allah, non vuole rinunciare alla sua buonuscita di 25mila euro. E «togliersi i debiti» che la moglie Assunta pretende giustamente che paghi prima di andarsene. Insomma, Fatima-Maria Giulia non vorrà pure sentire ragioni con la sua jihah ad ogni costo, ma i Sergio sono persone perbene e umili. Non ce la fanno a lasciare tutto così, come due diciottenni che partono all'avventura. E quale avventura poi.

Maria Giulia, al telefono, la fa facile. «Lavori per fare cosa? Prendi i soldi che loro ti danno, che ti vogliono dare e vieni qua. Cosa stai facendo lì io non lo so». Il signor Sergio cerca di parlarle, di arginare quella figlia ormai così fondamentalista, di spiegarle che gli servono tempi più lunghi per raggiungerla all'altro capo del mondo e vivere per sempre con lei, il marito e tutti quegli amici dell'Islam che lei stessa descrive in maniera idilliaca alla sorella Marianna sostenendo: «Qui ci amiamo tutti».

Il padre prova a tornare all'attacco. «Mari... Eh no, scusa, Fatima, Fatima, ascoltami. Noi abbiamo i debiti, poi teniamo la casa (...). In due anni, se Dio vuole, poco alla volta... Sto già in cassa integrazione, hai capito, in due anni, finivo la mobilità. A fine marzo prossimo è finita, io mi ritiravo, però pensavo alla pensione, sai, quella dei 65/66 anni... Prima le fanno morire le persone, hai capito».

Fatima sbotta, piena di rabbia, certi discorsi non li può proprio più sentire. «Ma voi dovete venire qui! Come? Tu pensi alla pensione? Io ti dico solo una cosa: noi siamo su questa terra per adorare Allah l'Altissimo, Adesso Allah ha dato a noi, grazie a Dio, il califfo, noi abbiamo il nostro capo di stato che è Abu Bakr Al Baghdadi (...). Noi non possiamo stare in mezzo ai miscredenti, i miscredenti maledetti!».

E il signor Sergio non ce la fa più, si rassegna. «Sì, Sì» risponde. «Papà, noi dobbiamo venire qui nella terra della Siria dove c'è il califfo. È obbligo religioso... Obbligatorio. È singolarmente obbligatorio. Nel giorno del giudizio, giuro, chi non ha aderito al patto con Abu Bakr Al Baghdadi si aspetta l'ira di Allah l'Altissimo, perché noi qui abbiamo il califfo... E tu pensi alla pensione! Ma come la pensione...». Il padre, ormai completamente disarmato dalla furia religiosa della sua ex Maria Giulia, risponde quasi come un automa: «Sì, sì... Nella terra della Siria... Dove c'è il califfo... Esatto, esatto».

Anche la signora Assunta, sessantenne avellinese di Domicella, madre di Fatima, è ancora incerta se partire o meno. E protesta: «Ma io non mi sento sicura! E se io vengo e poi non mi trovo?».

Per Fatima è la goccia che fa traboccare il vaso: «Mi rifuggo in dio da Satana... Cosa vuol dire che non ti trovi? Eh?» risponde alla madre con aria minacciosa. Esortata dal marito che, molto più dolcemente, la invita a spiegare alla figlia di cosa ha paura trasferendosi in Siria, Assunta abbozza: «Se non mi trovo nell'ambiente che c'è, non ho le comodità, non ho quello di cui ho bisogno».

Fatima, però, ha una risposta a tutto. E intimorisce ancora una volta la madre: «Sai che nel giorno del giudizio Allah ti fa un'analisi buona buona e ti dice guarda qui è l'inferno?». E la povera Assunta ammutolisce.