Le cosche e il franchising delle pizzerie

Nove arresti, sequestrati oltre 10 milioni di euro e quote societarie della catena Tourlé

Il business della ristorazione, tanto caro all' ndrangheta sul territorio lombardo, con una spiccata e comprensibile predilezione per Milano e provincia.
Un giro d' affari a molti zeri che avrebbe spinto un affiliato delle cosche dei Mancuso di Limbadi (VV) e dei Pesce di Libarno (RC), narcotrafficante recidivo e in carcere (fine pena 2026) ad afferrare al volo l'occasione di essere stato ammesso prima al lavoro esterno (2015) e poi all'affidamento in prova ai servizi sociali (2017)proprio per continuare a fare affari sporchi, anche se in un settore diverso dagli stupefacenti, ma sicuramente molto redditizio. Secondo le indagini degli investigatori della squadra mobile e della divisione anticrimine della questura di Milano, guidati rispettivamente da Marco Calì e Alessandra Simone e coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia, nel «food» si sarebbe cimentato con successo Giuseppe Carvelli, 49 anni, nativo di Crotone ma residente a Baggio, pluripregiudicato ora tornato in carcere dove, grazie ai risultati dell'inchiesta «Amleto Tourlé» - che ha portato anche al sequestro di una decina di milioni di euro in quote societarie e diecimila euro in contanti - ieri lo hanno seguito altri otto complici. Accusati di associazione per delinquere e trasferimento fraudolento di valori perchè tutti coinvolti in un sistema di intestazioni fittizie di beni e società, con investimenti di milioni di euro nel franchising di cinque ristoranti di una catena estesa in tutto il nord Italia, quella del «giro pizza» Tourlé appunto. Un circuito criminale, che comprende anche un locale di Torino, secondo l'inchiesta creato da Carvelli utilizzando anche degli incensurati per mettere al riparo il proprio capitale sporco dagli assalti patrimoniali dello Stato. Dicevamo, un uomo di fiducia delle 'ndrine, come s'intuisce dalle intercettazioni. (...)quello è ammanicato a un livello più alto di me, mi ha sempre rispettato, ma io lo devo rispettare. Prima di aprire il locale, hanno mandato a dire dì a tuo zio che apriamo il locale solo perché c'è di mezzo lui» spiega lo stesso Carvelli a un referente delle cosche. Così come lo sarebbero anche i soci, finiti nell'inchiesta, tra cui Francesco e Marco Bilotta, padre e figlio di 65 e 41 anni e Luigi Cannella, 44enne, il cognato Salvatore Vona, 35 anni e il nipote 30enne Gaetano Ierardi. Tra gli ultimi due, mandati a Torino da Carvelli per sovrintendere per conto suo al nuovo «Tourlé» nascono dei contrasti che Carvelli, a cui entrambi fanno «rapporto» quotidianamente, tenta di dirimere imponendosi con la sua determinazione da cui emerge come il capo vero sia sempre e soltanto lui. (...)Se dovete collaborare collaborate, sennò io ne mando un altro ancora (responsabile) direttamente!! Un altro ne mando cognà(...) però non mi dovete fare così, cioè se collaborate insieme bene sennò...

«La criminalità è sempre più raffinata, ma l'indagine rappresenta anche un cambio di passo e un salto di qualità nell'aggredirla: il modello Milano va esportato» ha dichiarato Francesco Messina, direttore del servizio centrale anticrimine.