Il crac Lehman Brothers diventa kolossal teatrale

Uno spettacolo lungo cinque ore ripercorre i successi e la parabola della banca americana. In scena 14 personaggi, da Gifuni a Popolizio

Chi l'avrebbe mai detto che la Lehman Brothers, la mastodontica banca statunitense che fallì nel 2008, avesse le sue origini in una minuscola bottega di stoffe dell'Alabama di metà ‘800? E che senza i suoi prestiti alle aziende più visionarie non ci sarebbero state le ferrovie del West, la crescita vertiginosa delle estrazioni petrolifere, la rapida diffusione delle automobili, e persino la produzione intensiva di televisioni? La storia della Lehman, insomma, non ha inciso soltanto sullo sviluppo della moderna economia occidentale, ma sulle idee stesse di modernità e occidente. Questa almeno è l'impressione che si ricava leggendo le 330 pagine di «Lehman trilogy», la drammaturgia di Stefano Massini (pubblicata l'anno scorso da Einaudi) che Luca Ronconi ha trasformato in un fluviale spettacolo, in cartellone al Piccolo Teatro Grassi per un mese e mezzo, da giovedì 29 gennaio a domenica 15 marzo. Una tenitura lunghissima, in linea però con uno spettacolo di durata tutt'altro che breve (più di cinque ore) e con le dimensioni di una sorta di kolossal teatrale, che vede succedersi quattordici personaggi interpretati da attori del calibro di Massimo De Francovich, Fabrizio Gifuni, Massimo Popolizio e Paolo Pierobon. In realtà di personaggi il testo di Massini ne annovera ben cinquanta, disseminati in quel secolo e mezzo nel quale la Lehman ha conosciuto una febbrile espansione sul piano economico e una progressiva secolarizzazione su quello religioso. Già perché il fulcro del racconto è nel paragone tra il successo dei fratelli Lehman e il loro ebraismo: la crescita del primo procede, e forse determina, l'affievolirsi del secondo. Di certo la rigida etica askenazita dei tre fratelli tedeschi che, emigrati in America nel 1840, interrompono il lavoro in occasione dei lutti, riconoscendo così alla morte e alla trascendenza un'importanza superiore a quella del denaro, si stempera nell'indifferentismo dei loro discendenti novecenteschi. È anzi il denaro, dal Novecento in poi, a farsi trascendente, a diventare un'entità quasi spirituale, con la finanziarizzazione dell'economia. Questo processo è descritto da Massini in modo tutt'altro che tecnicistico, anzi con una spiazzante combinazione di pathos e capacità analitica. Fatti e personaggi scorrono in un testo dal ritmo battente, ma anche dall'afflato lirico: una mescolanza che ha attratto particolarmente Ronconi, secondo il quale «Lehman trilogy» ha «l'andamento di una ballata» in cui si alternano «vicende di cronaca, frammenti di romanzo, scarti di saggio». E chissà se nell'allestimento, questa volta una «scenografia semplicissima» disegnata da Mario Rossi, si respirerà quel senso di coralità che caratterizza le colpe così come i meriti. La drammaturgia di Massini, infatti, suggerisce che il fallimento della Lehman non è avvenuto solo a causa dei «perfidi banchieri», ma di una società collettivamente avida, e che il crollo è stato grandioso quanto la storia della banca stessa.