"Dai Decibel al Conservatorio, ambasciatore della musica"

Il cantautore, docente al "Verdi" di Storia del pop-rock, stasera sarà guest star al Premio Nazionale delle Arti

Toh, che ci fa la star nostrana Enrico Ruggeri al Conservatorio? Stasera, insieme ad altri ospiti come Gaetano Curreri, Celso Valli ed Enzo De Caro, sarà al Premio Nazionale delle Arti 2018, dedicato a Pino Daniele. Dalle ore 20 ingresso libero nell'accademia, dalla Trust Onlus - titolata all'artista partenopeo - verranno distribuiti riconoscimenti e strumenti musicali. E lui, Ruggeri si esibirà con una «sorpresa»: uno, due brani chissà, un discorso quasi certamente: il bello della diretta, ma anche delle scoperte. Già, perché si apprende che ora Ruggeri al Verdi è docente di Storia della musica pop/rock al relativo corso di laurea triennale.

Buongiorno Ruggeri o dovremmo dire professor Ruggeri... Ci tiene al titolo?

«È un titolo (ride) che fa piacere per tutta la categoria di chi fa musica in maniera diversa rispetto a quello che stanno facendo tutti. Oggi la mia nomina a professore ha un grosso significato, perché sancisce il fatto che il rock ormai è vicino alla musica classica».

Nel suo programma di studio ha messo anche i Decibel?

«In questo programma no, non ci sono. Partiamo da lontano, dal secondo Dopoguerra, quindi dagli Usa inizialmente, dal rock and roll, da qui poi ci avvicineremo alla musica più attuale. Per dare un'idea: l'inizio è stato sull'avvento di Elvis Presley».

E se in classe dovesse dire qualcosa sul suo gruppo storico?

«Direi che i Decibel sono stati un gruppo coraggioso che ha fatto cose che in qualche modo sono rimaste. E che questa band è stata la dimostrazione che per fare cose interessanti bisogna cercare di essere lontani dal mercato, non bisogna avere l'ossessione di piacere».

Chissà come è severo in aula con gli alunni: usa il registro, la penna rossa, ci sono note e voti?

«Il registro c'è, naturalmente. Alla fine più che voti si daranno dei giudizi. La mia penna è nera, mi fa più ordine sul foglio. Riguardo al corso vedo che gli studenti sono contenti, ascoltano cose di cui nessuno ha parlato loro. E' una bella scoperta per tutti».

Come vede il livello dei musicisti in erba di oggi rispetto a ieri quando ha cominciato lei, quando si imparava solo in «cantina»?

«Una volta si faceva musica per il piacere di fare delle cose. Adesso quel piacere mi sembra diminuito visti i risultati. Beh, oggi la musica è diventata una rivalsa sociale. Se tu senti le interviste coi cantanti famosi sono più simili alle interviste dei calciatori. Conta arrivare in classifica, riempire il Forum, bisogna vantarsi con gli altri, scrivere su twitter rosicate. Tutto è diventato una competizione».

Come è stato per lei l'inizio di questa avventura?

«Quando ho cominciato non sapevo neppure che cosa fosse una casa discografica. Ero semplicemente Ruggeri, quello della II H del mio liceo, quello che suona. Fine. E questo mi piaceva, mi piaceva un po' avere un Dna diverso, tutto qui, non c'era nessuna ambizione».

Ora è arrivato pure in Conservatorio, come le sembra stare vicino ai Maestri di violino, pianoforte, arpa e bel canto?

«Non posso sapere qual è il pensiero intimo di tutti i professori, ma mi sembra di essere stato accolto molto bene. Hanno capito che il nemico è altrove, non sono io il nemico da cui guardarsi».

Adesso si trova in prima linea anche per quanto riguarda il Premio nazionale delle arti...

«Intanto si parlerà molto di Pino Daniele. È interessante vedere che anche il mondo accademico, la parte che ama veramente la musica e la studia, omaggia questo artista. Probabilmente Pino sarebbe stato più contento di questo tipo di omaggio di quelli un po' più glam magari fatti in televisione. In questo caso si tratta di un ambiente con persone che studiano le cose che lui ha fatto in maniera molto più approfondita. Non si tratta di pensare che canzone ha scritto, o quanti dischi ha venduto. Il suo è stato un progetto musicale, un progetto di vita che ha cambiato la configurazione della musica italiana».