Dialogo sofferto tra un'Araba e un Europeo

Al Parenti prima italiana di un testo che riflette sulle contraddizioni dei nostri tempi

Antonio Bozzo

Non c'entra Roland Barthes, ma i frammenti di un discorso amoroso ci sono. Ben dieci, intrecciati tra un Europeo e un'Araba, nei quartieri vecchi - la «Medina» - di una non precisata città che potrebbe trovarsi sulle coste del Marocco. Lo spettacolo in scena al Franco Parenti dal 14 al 25 giugno, Ritratto di donna araba che guarda il mare, è ricavato da un testo del drammaturgo Davide Carnevali (nome noto sulle scene internazionali), vincitore nel 2016 del 52° Premio Riccione per il teatro. «Nel testo dell'amico Davide - commenta il regista Claudio Autelli - c'è già un progetto di regia. Carnevali, poi, è scrittore di sottrazioni: resta uno spazio doveroso da riempire con la regia. In scena ci sono quattro personaggi, senza nomi, definiti solo dalla categoria di appartenenza: l'Europeo, la Donna Araba e la famiglia della donna. Ho avuto la possibilità di fare intervenire un quinto personaggio: la Città Vecchia araba dove si svolge la vicenda. Non una protagonista in carne e ossa, ma per il potere evocativo delle storie che ne hanno segnato strade e muri, una presenza importante».

Non è facile, ricorda Autelli, il discorso amoroso tra l'uomo della nostra stanca Europa detronizzata, portatrice di valori sempre più relativi, e una donna del Maghreb. «L'incontro tra i due, lui è un turista, è casuale. Parlano lingue diverse, incarnano punti di vista sul mondo antitetici. La donna, a un certo punto, dice a lui: Voi europei dite e scrivete cose sbagliate su di noi. Probabile: nonostante la vicinanza, lo stesso mare che ci bagna, le distanze di comprensione sono notevoli. Ne nasce uno scontro verbale e semantico. Dal punto di vista scenico viene risolto in dieci frammenti di conversazione e silenzi, che compongono una sorta di puzzle».

Autelli si guarda bene dallo svelare la trama dello spettacolo (che gusto ci sarebbe?), ma ricorda che lo sguardo del drammaturgo Carnevali e di lui stesso, regista, è provocatorio; nel senso autentico, ossia che vuole provocare una riflessione, un ragionamento, su un tema vasto e insidioso come l'incontro-scontro, sia pure veicolato dall'amore, tra culture diverse. Nelle note di regia, viene evocato anche il pittore Edward Hopper: dove c'è una donna che guarda dalla finestra, con occhio malinconico ed emigmatico, pensare all'artista americano viene naturale. Autelli è socio fondatore e direttore artistico della compagnia LAB121, nata a Milano nel 2010, che ha prodotto lo spettacolo. In scena Alice Conti, Michele Di Giacomo, Giacomo Ferraù e Giulia Viana. «Al Parenti di Andrée Ruth Shammah, luogo di importanza strategica per il teatro italiano, si tiene la nostra prima nazionale. Lo spettacolo è stato in rodaggio a Cantù e a Reggio Emilia, ma Milano è il battesimo del fuoco», dice Autelli.