Quel "discount" della morte un cancro nel cuore di Milano

Il bosco della droga è un macigno morale sulla coscienza della città

Che lo si voglia guardare oppure no, Rogoredo è lì, a otto fermate di metropolitana dal Duomo, dodici minuti in tutto che separano il cuore della città da un baratro di orrore.

Il supermercato della droga di Rogoredo non è solo degrado. E lo è. Non è solo insicurezza e disagio per i residenti e per i passeggeri della seconda stazione di Milano. Non è solo un gigantesco problema sociale e sanitario. Il boschetto di Rogoredo è un problema morale, un macigno morale che grava sulla coscienza di Milano.

Un bambino è nato, domenica notte, in via Orwell, a poche decine di metri dal famigerato «boschetto» la maggiore piazza di spaccio in Italia: mille persone al giorno dicono gli esperti, trecento «clienti» stabili. Fra questi, la madre ventottenne del neonato. Lo ha partorito lì, assistita dai paramedici e dagli agenti di polizia, poche ore dopo l'ultima dose, sprofondata in un abisso di solitudine lungo nove mesi, quella attesa in cui non ha incontrato nessuno in grado di salvarli. Il primo pianto di quel piccolino è risuonato poco prima delle 2: è venuto al mondo dentro una cascina diroccata che di norma fa da riparo a una decina di disperati. Adesso il bambino si trova in terapia intensiva neonatale. Alla Mangiagalli lo monitorano per valutare i possibili effetti della assunzione - via cordone ombelicale - di quella droga che la madre ha usato fino all'ultima ora disponibile. I suoi primi giorni di vita saranno segnati dall'astinenza. «Starà bene», dicono i medici citati dai giornali. Nell'eco di quel vagito risuonato fra siringhe, rifiuti e giacigli di fortuna, oggi si sente ben poca speranza.

Si è visto di tutto, negli ultimi anni, a Rogoredo: spaccio in pieno giorno, dosi preparate in stazione, morti per overdose, coltellate, accattonaggio e prostituzione per procurarsi pochi euro, quelli necessari - sempre meno - nel grande «discount» della morte.

Rogoredo è un fantastico hub: ha una stazione moderna da cui passano sette milioni di passeggeri l'anno, l'alta velocità, i Regionali e i passanti ferroviari, le tangenziali, le strade e l'autostrada vicina. E il tutto, diabolicamente, gli si ritorce contro. Le istituzioni cosa fanno? Il Comune ha drammaticamente sottovalutato il problema, fin da prima che arrivasse il sindaco Beppe Sala (nella foto). Quindi il bubbone è esploso con un'entità praticamente ingestibile. Probabilmente la soluzione della fruizione «verde», per quell'area, è stata un'illusione. E anche in sede di pianificazione urbanistica si poteva fare di più e meglio. Il Municipio, con i presidenti della Zona (Paolo Bassi) e del Consiglio (Oscar Strano) ha compiuto un grande sforzo per sensibilizzare tutti e ha ottenuto un impegno speciale della Regione, ma quell'approccio di interventi integrati, sul posto, non è stato messo a sistema e adesso si è «otturato». Sarebbe sterile inseguire i rimpalli delle responsabilità, che ora - con qualche strumentalità - arrivano fino al Viminale. Una cosa è certa: sul Comune grava la responsabilità dell'esito finale. Milano potrà essere la città più smart del mondo, potrà promuovere iniziative di grande richiamo e di valore culturale, potrà salire nei rating della vivibilità, potrà candidarsi a ottenere grandi eventi e vantare il centro più trendy d'Italia, ma se non curerà questa piaga, se non guarirà il bubbone Rogoredo, questo peserà su Palazzo Marino. Come un inesorabile fallimento.

Commenti
Ritratto di bandog

bandog

Mer, 22/05/2019 - 10:22

ma nooo che è moolto pittoresco eppoi se si derattizza avrete dei disoccupati nelle risorse tanto amate da al salah e minorino!!