«Dobbiamo essere noi a sfidare il populismo»

Parla il capogruppo di Milano popolare autore di un saggio politico sulla libertà

(...) ora l'elettorato chiede identità. Vale per la Lega, e nel piccolo anche per un'esperienza come la nostra, condotta a Milano con chiarezza e coerenza».

Dice nel nostro piccolo ma 5 anni fa era la Lega piccola.

«È riuscita a strutturare un'offerta complessa, identitaria, con battaglie forti. Ma la nostra area esprime personalità riconoscibili. Si tratta di ricomporle».

Intende anche Forza Italia? Per storia e prospettive...

«Prospettive non so. L'area è quella, siamo nel Ppe. Certo, in Europa i partiti del Ppe sono il primo partito, noi abbiamo un buco da colmare, rinnovando i volti e spiegando i contenuti».

Lo state facendo col laboratorio «Piattaforma Milano».

«Piattaforma indica soprattutto un metodo: non ci dobbiamo fissare col restyling di loghi e nomi. Pensiamo a luoghi in cui ricomporre realtà, storie, gruppi. Rigeneriamo un'offerta dal basso. Ci siamo messi insieme non scegliendo il capo ma coinvolgendo circa 5mila persone».

«Piattaforma» va avanti?

«Sì, con questo metodo. Inizieremo coi gruppi di lavoro, per avere tra un anno un programma condivoso da proporre alla città. Io prima del voto avevo detto che il nostro ingresso nelle liste di Fi sarebbe stata una scelta contingente per poi fare qualcosa di nuovo insieme».

Ci sono le condizioni?

«A Milano sì, nella dirigenza locale la volontà c'è. Come sempre, da qui può partire un'iniziativa importante per l'Italia».

Lei parteciperebbe al congresso o primarie di Fi?

«Se si tratta di nominare volti nuovi no. Se c'è da aprirsi, includere e misurarsi, allora...».

Il centrodestra esiste?

«Il primo a dire che il centrodestra non c'è più è Salvini, non vorrei fargli un torto. Noi nasciamo come alternativa alla sinistra e a Sala. Siamo alternativi ma anche in competizione con la Lega. Ciò detto, parlare ora di alleanze è partire dalla coda. Dobbiamo rigenerare un campo liberale e popolare. Ecco, non userei più la parola moderati, che indicava il ceto medio ora inquieto. Votano Lega imprenditori, commercianti, ceti agiati. E anche l'elettore cattolico, si astiene o vota Lega».

Le piace Salvini quando bacia il rosario in piazza?

«No, non mi piace per niente, ma non mi unisco alla gara per biasimarlo perché capisco che è una risposta, magari sbagliata, a una domanda che esiste».

Dove sbaglia la Lega allora?

«Il problema è la percorribilità delle soluzioni. In questo spazio fra soluzioni impercorribili e sinistra c'è spazio per la nuova proposta liberal-popolare».

Lei prova a delinearla con «I buoni amano la libertà», il suo saggio appena uscito.

«Sì, si deve partire dalle nuove domande di protezione sociale, ma non tollerare l'uso irresponsabile dei soldi pubblici, valorizzare l'impresa sociale anziché massacrarla a colpi di Ires, valorizzare il risparmio privato ma non per fare nuovo debito. Insomma, il contrario dello statalismo di questo governo».

Milano è diversa dall'Italia?

«Milano sta crescendo, non è tagliata fuori dal mercato globale, e lo identifica con l'attuale gestione, anche se il merito è delle nostre, le precedenti. La retorica anti-euro e anti-mercati, fuori Milano ha più presa. Ma è autoconsolatoria l'analisi alla Lerner sui ceti subalterni o sulle province. L'Italia che vota Lega non lo fa certo perché è ignorante o perché non capisce la sinistra degli illuminati».

Alberto Giannoni