La donna, 32 anni, laureata è cittadina Usa. Ha un sito: «Controscuola»

Erika Di Martino ha 32 anni, una laurea in lingue, doppia cittadinanza (italiana e americana), quattro figli e una certezza: di essere nel giusto. Gestisce un sito «Controscuola», in cui fornisce informazioni e comunica la sua esperienza. Il figlio più grande ha 8 anni, gli altri 6, 4 e 10 mesi. Alla loro educazione ci pensa lei.
Mai avuto dubbi?
«Mai. Ogni giorno ho avuto modo di vedere che la mia scelta è quella giusta.
Com'è cominciata?
«In America l'homeschooling è conosciuta. Qui si fa più fatica a trovare le corrette informazioni. Mio figlio più grande ha frequentato per un anno la materna ma non c'era interesse da parte sua. Mi sono accorta che si riuscivano a fare più cose a casa, anche se la scuola era buona e l'insegnante carina. Da lì ho cominciato a informarmi per capire se era una scelta possibile anche in Italia. Così è nato anche il mio blog, “Controscuola“.
Pare che sia un fenomeno in crescita.
«Ci arrivano molte richieste di informazioni, soprattutto da genitori della primaria ma anche da chi ha i bambini all'asilo. E la motivazione non è semplicemente perché non sono contenti della scuola. Alla lamentela segue la consapevolezza della necessità di responsabilizzarsi anche dell'educazione dei figli. A noi, me e mio marito è successo così».
Ci spieghi meglio.
«Noi viaggiamo molto e dunque ci veniva facile. Ma volevo che i miei figli avessero un'educazione bilingue, come me. Eppoi la maggior parte delle scuole è a tempo pieno, otto ore in una classe mi sembrano davvero troppe».
Com'è il suo programma scolastico?
«Ogni famiglia lo adatta al proprio stile di vita. C'è chi segue i programmi ministeriali, anche con l'utilizzo di libri di testo. Non ci sono regole e non si deve riprodurre la scuola. Io non lo faccio. In classe il rapporto è 1 a 30. A casa è 1 a 1, si va più veloci. Il programma diventa più ricco. Non abbiamo orari fissi. Uso molti materiali, ogni bambino apprende in modo diverso. L'importante è che sia motivato. Leggo molto a voce alta per fargli apprendere la grammatica, gli faccio vedere la matematica che c'è intorno a noi. Non li forzo mai, rispetto i loro tempi.
Non vede il rischio di una mancata socializzazione?
«Assolutamente no. Primo perché non credo a scuola si impari a socializzare. Poi perché hanno altri ambiti in cui sperimentano il confronto con gli altri. Fanno molte attività, molti sport. Certe cose si imparano meglio su un campo di calcio che non stando chiusi dentro un'aula scolastica per otto ore al giorno».
E gli altri bambini?
«Lo invidiano molto. Lui sa di avere genitori che lo educano con questo rispetto dell'apprendimento naturale».
Andranno mai a scuola i suoi figli?
«Io mi auguro di no, ma rispetto molto la loro opinione».