"Da Dylan alla Poppins, il dna dei miei film"

Il regista americano Haynes racconta i suoi miti: "Il cinema ti cambia i cromosomi"

Parlare di cinema con Todd Haynes è impossibile se non si ama anche la musica. Da buon californiano, 56 anni, legato agli anni d'oro del rock trasgressivo e del folk cantautorale un po' Arlo Guthrie un po' Bob Dylan, il regista di Poison - manifesto gay nel cinema - ha dedicato alle sette note ben due dei suoi film più famosi, Velvet goldmine e Io non sono qui. Quest'ultimo concentrato sulla vita del più recente premio Nobel per la letteratura. L'ex ragazzo del Minnesota viene raccontato in varie fasi della sua vita da sei attori diversi, tra i quali una donna, Cate Blanchett. Perché Haynes gioca con i sessi, ma non con il sesso e trasforma ruoli e caratteri a piacimento. «Era perfetta per il Dylan che volevo rappresentare, o meglio, per una delle fasi in cui volevo ritrarlo. E lei lo sapeva. Ha esitato, è vero, ma soltanto perché voleva essere sicura di dare al personaggio e allo spettatore lo spessore che meritava. Non certo perché avesse perplessità sul progetto». Nacque così il Dylan del '67 visto da un autore che all'epoca aveva sei anni ma, come tutta la generazione a cavallo fra i Cinquanta e i Sessanta, ha colmato la lacuna e ha fatto propria la voce di quel «menestrello», il primo a cantare che - insomma - Times are a changin'. E stavano cambiando davvero. Sarebbe arrivato il Sessantotto e la contestazione. Il femminismo e gli anni di piombo. Quando Dylan cambiò nuovamente, ma non smise di creare capolavori.

Quello era il mondo di Todd Haynes. Il cambiamento. Il confine. Nove anni prima era stata la volta di Velvet goldmine che ammiccava ai Velvet underground, a metà strada tra Lou Reed e David Bowie. Tra la Fabbrica di Andy Warhol e quella famosa banana sulla mitica copertina dei Velvet. Dal film uscivano i miti psichedelici di allora «perché il cinema entra nel dna e invade i cromosomi», una frase che per Haynes è il teorema del tutto e vale una citazione a proposito dei Velvet e di Take a walk on the wild side. Ma vale anche per Mary Poppins. Una pellicola più che un personaggio. «È il film della mia vita, in Mary Poppins c'è tutto e Mary Poppins è tutto. Per noi bambini di quegli anni era quella che ti prendeva per mano e ti portava nei sogni che un po' erano veri e un po' erano il mito». Come guardare la vita dietro una vetrata. Come amarla dagli occhi di Carol. «Ho sempre usato il vetro come un filtro. Una prospettiva. In fondo il mondo non sempre è diretto come sembra e, per distinguerne i contorni, occorre la limpidezza del vetro».