Ecco «I love Milano» Si svela la città che strega il mondo

Marina Moioli racconta i segreti di una metropoli considerata dai visitatori la più «cool» d'Europa

Ci voleva l'effetto Expo per restituire ai milanesi l'orgoglio di appartenenza. Abituati da sempre a sentir descrivere la loro città come grigia, nebbiosa e triste («senza cielo, senza niente», diceva una famosa canzone) prima si sono stupiti nel vedere milioni di visitatori, poi hanno cominciato a pensare che qualche buon motivo per rivalutare Milano c'era. E se gli stranieri la considerano la città più «cool» d'Europa vale la pena cercare di conoscere più da vicino le sue nascoste meraviglie, come la Pinacoteca Ambrosiana, un gioiello i cui visitatori sono per l'80% stranieri.

Ci ha provato anche la giornalista Marina Moioli che nel suo ultimo libro I love Milano (Newton Compton, pagg. 284, 14,90 euro) la definisce «una sorprendente città dell'anima da andare a scoprire con curiosità e amore». A cominciare dai grandi personaggi del passato che hanno dato alla New York italiana quell'impronta particolare di «irrequietezza fattiva», da sempre la sua caratteristica. Il libro però non è solo un amarcord di persone e tradizioni perdute, ma una mappa preziosa per cercare le tracce più sorprendenti del presente.

Si parte dalla vita del patrono venuto dalla Germania, sant'Ambrogio, e si arriva a Elio Fiorucci, lo stilista pop che portò in Italia lo stile della Swinging London. Si svelano luoghi segreti e scomparsi come le Terme Erculee o il Cortile della Seta e si rievocano le storie noir del conte Marliani o Rina Fort, la «belva di via San Gregorio». Si spiega chi erano «la sconcia fanciulla di Porta Tosa» o il bandito Vione. Si parla di risotto e dei nuovi concept store del gusto. Ma anche di tradizioni come il Tredezin de marz , il cinema, lo sport e gli artisti più legati alla città, da Carlo Porta a Maurizio Nichetti, da Giovanni Testori a Claudio Bisio.

Bonvesin de la Riva fu il primo a identificare un vizio che Milano non ha mai perso: non voler rendere visibile la sua bellezza. Per valorizzarla sono venuti da lontano. Come Stendhal che sulla tomba fece scrivere «Arrigo Beyle, milanese» o Verga che la definì «città più città d'Italia». E se Guido Piovene la battezzò «Un'America senza crudeltà», è del toscano Indro Montanelli il riconoscimento più struggente: «Mi ha dato una patria e la sensazione di appartenervi». Oggi per la città del Manzoni sembra arrivato il momento del riscatto, tanto che a qualcuno è venuta l'idea di aprire un blog fotografico per ribadire che «Milano non fa schifo». E c'è chi, parafrasando Memo Remigi e Ornella Vanoni, arriva a dire: «Sapessi com'è strano sentirsi innamorati “di” Milano».