Eranio dal Milan alla scuola calcio per ragazzini

Giocò nel Milan e in Nazionale, adesso guida un'Academy per giovani dai 7 ai 18 anni

C'è chi esce dalla partitella del sabato con la testa che gli rimbomba dagli strilli dell'allenatore (per non parlare di quelli dei genitori dagli spalti). C'è chi pensa di essere il più bravo perché ha fatto tanti gol. E chi a 8 anni riceve una lettera dove, senza tanti complimenti, gli si fa sapere di non essere un talento e quindi la società non sa che farsene per l'anno successivo. Benvenuti nel variegato mondo delle «scuole calcio». Da una parte un esercito di ragazzini che corrono come forsennati su campi d'erba sintetica perché convinti - tutti - che da grandi faranno il calciatore. E dall'altra una schiera di allenatori con la passione del pallone, pronti a indossare a fine lavoro la maglia da «mister», spesso però senza aver mai giocato e insegnando senza mai far vedere come si fa.

Ecco perché «un'idea di calcio» diversa non passa inosservata. E l'idea è quella che si è inventato Stefano Eranio, calciatore vero, lui sì. Ex Genoa, ex Milan, ex Nazionale e un'esperienza altrettanto importante come allenatore al Milan dei giovani col futuro già da professionisti. Da qui l'idea: perché non portare il metodo di allenamento del calcio professionistico nel mondo dilettantesco? Quello dei ragazzini di 10 anni e su di lì. Quello dove ci sono parecchi sogni e poche speranze. Quello dove ci sono tutt'altro che i migliori. Eranio è una di quelle persone convinte «a 50 anni che il calcio rimane pur sempre un gioco, ma il più bello del mondo». Così eccolo qua. Periferia di Milano, centro sportivo di via Ovada. Pantaloncini corti e maglietta, sorriso gentile e grinta inesauribile, ha creato la Stefano Eranio Academy, rivolta ai ragazzi dai 7 ai 18 anni con lezioni di gruppo e individuali. Il maestro? Solo lui. O, meglio, lui da solo. «L'Academy non è per fare numeri - dice - ma per seguire bene ogni bambino o ragazzo, con un lavoro di qualità. A seconda di chi hai di fronte puoi fare qualcosa di diverso». Dal campo di via Ovada passano ragazzini molto bravi che vogliono fare meglio. Quelli meno bravi che vogliono fare di più. Quelli che vogliono perfezionare il dribbling, i passaggi, il colpo di testa. O semplicemente ritrovare un po' di fiducia in se stessi.

«Mi sono accorto che spesso durante gli allenamenti nelle scuole calcio vengono trascurati la tecnica individuale, il rapporto palla-uomo». Lui entra in campo con tutta la sua esperienza (che è pari alla sua modestia) e quello scatto da calciatore professionista che non guarda in faccia all'avversario. Neppure se questo ha 10 anni o poco più. E neppure se si chiama Andrea e ha il suo stesso cognome. «Quando il papà parte non si riesce proprio a stargli dietro», confessa suo figlio 12enne. Eranio mostra passaggi, fa vedere gli errori, rivela schemi di gioco. «Nel calcio ci sono situazioni simili ma mai uguali. Bisogna imparare a riconoscerle e gestirle». Quest'anno è stato reclutato dalla società sportiva «Calvairate», ora affiliata col Genoa, per istruire gli allenatori e mostrare sul campo come si insegna ai ragazzi. Perché lo fa? «Per passione e per fare contento chi ho di fronte. Il campo è stato qualcosa che mi ha dato tanto e voglio restituire qualcosa». Dunque, «tanto di cappello agli allenatori che si danno da fare, spesso senza neppure essere pagati. Hanno passione, certo, ma a molti mancano proprio i fondamentali. Purtroppo ne va della crescita dei bambini. Alcuni fanno danni, anche se inconsci. Le società potrebbero investire di più negli allenatori ma solo poche fanno questo percorso. E ne va della qualità del calcio». Nonché della crescita - non solo sportiva - dei bambini che diventano solo numeri o, peggio, a volte solo cavie per alimentare il sogno di qualcuno di diventare un allenatore vero.

«Spesso i ragazzi giocano a pallone ma non hanno davvero idea di cosa sia giocare a calcio», spiega. Per lui sono automatismi dati dall'esperienza. «Sono nato con questa dote e sono cresciuto giocando per la strada quando ancora si poteva farlo. Adesso i bambini hanno la sala giochi in casa. Ai nostri tempi c'era un pallone che magari avevi comprato facendo la colletta». E i genitori erano ben diversi da quelli che incontri oggi sugli spalti dei campetti. «A mio padre chiedevano ma non vai neppure a vederlo tuo figlio? ed ero già bravino...» Ora il babbo scrive poesie ed è diventato un vero intenditore. La mamma «è la tifosa più accanita». «Il sogno va coltivato - dice ancora oggi ai ragazzini che lo seguono - con la volontà e il sacrificio». Cosa significa? «Ad esempio, rinunciare agli amici e spendere tutto il giorno sul campo senza sapere se ti potrà servire oppure no. Tanti ragazzi non hanno ottenuto quello che ho avuto io».

Commenti

massmil

Mar, 06/02/2018 - 16:53

Grande Eranio