«Essere un buon padre è la vera Odissea del mondo di oggi»

L'attore al Parenti in «Vorrei essere figlio di un uomo felice». Dai classici al presente

Dillo con un classico. É questa la formula scelta da Gioele Dix per raccontare di sé, del suo e del nostro mondo partendo da lontano. In scena al Teatro Franco Parenti dal 20 al 25 novembre (orari vari, ingresso 38 più prevendita, info 02.59.99.52.06.) con Vorrei essere figlio di un uomo felice, l'attore milanese ci chiede di seguire il percorso difficile di Ulisse in mezzo al mare, e del suo figlio Telemaco che in quel mare lo cercherà, per riflettere - senza mai perdere la sacra bussola dell'ironia - sui rapporti padre/figlio, sulla necessità di trovare sé stessi e di approdare alla maturità come a un porto necessario.

Gioele Dix, perché Omero e perché l'Odissea?

«ll classico è sempre un bel punto di partenza, dal quale muoversi verso le nostre cose attuali. Ti armi di grande letteratura, di qualcosa di grande qualità, e la porti nel quotidiano. Ridendo, anche. Perché, sia chiaro, io non rinnego nulla del mio esser attore comico in tv. Si tratta solo di differenti registri in differenti spazi. La tv richiede velocità, qui posso godermi i miei tempi preferiti».

Da dove nasce il titolo del suo monologo?

«In un bel verso contenuto nei primi quattro capitoli dell'Odissea, quelli dove Ulisse è assente e il protagonista è il figlio Telemaco. In cerca del padre che mai ha conosciuto realmente, il giovane dice alla dea Atena, sotto mentite spoglie umane, di non conoscere la sorte di suo padre, forse disperso in guerra, forse sulla strada di casa, o forse morto. Si accontenterebbe di saperlo felice».

La distanza è uno dei temi struggenti del testo omerico. Lei, come ogni attore costretto ai tour, un po' Ulisse lo è. Come si vive oggi la distanza nel tempo di Internet?

«In modo per certi versi opposto, per altri no. Resta la buona regola di dare al figlio un tempo di qualità. Fatto di esempi che nascano dalle azioni e non dalle parole. Le parole volano via, i fatti restano. Certo, poi serve anche la quantità, i momenti di pausa vissuti insieme. La distanza non è mai facile».

E come deve essere un buon padre?

«Autorevole ma affettuoso. Io penso che debba mantenere sempre chiari i ruoli tra padre e figlio. Ad esempio, non esiste che i miei figli mi chiamino per nome. Io non sono un amico, sono papà. Tanti ruoli oggi sembrano saltati, tutti si sentono esperti di tutto. Così uccidi l'autorevolezza».

L'Odissea è un intreccio di eventi, avventure, colpi di scena: come li maneggia nel suo spettacolo?

«Sempre con ironia e riportandoli ad aneddoti contemporanei, molto spesso miei. Parlo anche del rapporto con mio padre, un uomo severo, dal carattere un po' chiuso, ma sempre presente. A lui bastava una pacca sulla spalla per dimostrarmi che approvava ciò che facevo. Un elemento di divertimento nella classicità greca, invece, sono gli interventi degli dèi nelle cose umane. Come questa dea Atena che pretende di fare la psicanalista dell'Olimpo».

Peccato che quelle pagine classiche vengano somministrate, a scuola, a giovani forse non ancora pronti per afferrare in pieno il loro valore, non pensa?

«Lo penso anch'io. Io ho fatto il classico ad esempio: il liceo ci scorre sotto le mani in un momento in cui forse si è troppo immaturi. Un anno mi beccai greco a settembre. Feci delle lezioni di recupero estive con un vecchio professore che seppe dirmi, del mondo greco, cose strane e divertenti. Mi fece scoccare la scintilla. Ecco, in questo fu una figura paterna».