Eventi e impianti, questa città non è all'altezza

di Carlo Maria Lomartire

F inalmente persino i milanesi sembrano essersi accorti che la loro è una città turistica, la terza o la quarta dopo Roma e Venezia, prima o dopo Firenze. Le modalità di valutazione non sono chiare: come si calcola, ad esempio, la presenza di un uomo d'affari cinese che viene a Milano per lavoro ma poi si ferma qualche giorno di più per vedere il Duomo e il Cenacolo vinciano e magari poi andare al S. Siro per una partita di Inter o Milan di cui ultimamente sente tanto parlare nel suo paese? D'altra parte chi viene in città per affari spende molto di più in alberghi, pranzi e taxi, del giovane turista mordi-e-fuggi o, comunque, del turista medio. Non è un caso se negli ultimi anni si siano moltiplicati gli hotel a 5 stelle e perfino a 7. Per non dire dei voli charter dalla Cina o dal Giappone, dalla Russia o dai paesi arabi organizzati per i saldi nella città della moda. Di questo fenomeno si dà, però, una spiegazione piuttosto semplicistica : si tratterebbe dell'effetto combinato Expo 2015 e Champions League 2016, eventi fortemente attrattivi. Una situazione contingente, dunque. È un'analisi superficiale, perché in realtà da anni il turismo a Milano cresce lentamente ma regolarmente, forse anche a causa di cambiamenti del gusto e della sensibilità dei visitatori, sempre meno interessati a quello che già si sa dell'Italia, al pittoresco e ai luoghi comuni da vecchia guida turistica.

Ma è chiaro che ora che ci siamo accorti di attrarre turismo (e di qualità) dobbiamo fare di tutto per mantenerlo e farlo crescere. E la citazione di Expo e Champions come occasioni attrattive ci dice con chiarezza che per aumentare i flussi di visitatori dobbiamo puntare sugli eventi, grandi e piccoli. È chiaro che per quanto riguarda la cultura si può fare di più ma si fa già molto e da tempo: mostre, musei, musica, teatro, eventi periodici come la Triennale costituiscono già un'offerta competitiva a livello internazionale. Per il turismo d'affari, fiere, esposizioni, convegni e congressi fanno già la loro parte e ora speriamo forse troppo ottimisticamente - che l'effetto Brexit porti da Londra a Milano qualche istituzione europea come l'Autorità per il farmaco e l'Autorità bancaria.

Resta lo sport, e qui siamo messi proprio male. Quanto ad attrezzature e quindi ad eventi di portata internazionale resi possibili dall'esistenza di attrezzature, Milano non è all'altezza neppure di una media città europea. Basti dire che non ha un vero e proprio palazzo dello sport; che non solo non dispone di uno stadio del nuoto ma è l'unica grande città europea priva di una piscina olimpionica coperta; che nonostante il gran numero di appassionati di tennis non dispone di uno stadio del tennis; e che per quanto riguarda pallacanestro e ciclismo su pista, nonostante l'intervento di privati e grazie a quello della burocrazia le cose vanno per le lunghe. Insomma per rilanciare davvero a livello internazionale una Milano dello sport, con le conseguenti ricadute turistiche, è necessario un grande piano di realizzazione di strutture adeguate. Non è più accettabile che il crescente prestigio globale della città abbia questa grave lacuna. Ma il fatto è che sia la giunta Sala sia la precedente Pisapia hanno dimostrato disinteresse e mancanza di sensibilità per questo argomento, come se si trattasse di un lusso superfluo e non di una fonte di reddito per la città e di attrezzature a disposizione dei cittadini, utili al loro benessere. Forse ha ragione chi sostiene che solo se si candida ad ospitare le Olimpiadi una città si occupa seriamente di strutture sportive.