Favino serve due padroni: prima tv poi teatro

L'Arlecchino ritornato. Dopo essersi sciacquato nel Tamigi. Lo riporta a casa Pierfrancesco Favino (insieme a una compagnia di 25 attori, risultato della fusione di due gruppi, Gli Ipocriti e il Danny Rose Group) in Servo per due , al Manzoni da oggi al 31. Tratto da One Man, Two Guvnors di Richard Bean, lo spettacolo diretto da Favino con Paolo Sassanelli (ore 20.45, domenica ore 15.30, ingresso 35-21 euro info 02.763.69.01) è una suggestiva, riuscitissima mescolanza di influssi e rimandi, a testimoniare quanto la leggenda di Arlecchino sia ormai una ricchezza globalizzata.

Una commedia pirotecnica, agile nelle battute comiche e fisiche. Favino è tra gli attori migliori della sua generazione, stacanovista nel passare da ruoli cinematografici a televisivi o teatrali ed è in grado di stupire aggiungendo al proprio bagaglio capacità acrobatiche e canore (con le coreografie studiate da Fabrizio Angelini e la musica dal vivo dell'orchestra Musica da Ripostiglio).

In Servo per due il ritorno in Italia finisce nella Rimini anni '30, in pieno regime fascista. «Una dedica voluta al maestro Federico Fellini e al suo Amarcord - spiega Favino - Tutto si svolge sulla costa adriatica, in aprile, dunque nel cosiddetto “fuori stagione”. Ogni personaggio, come il protagonista assoluto Pippo, che è poi Arlecchino, scappa da qualcosa». Una storia celeberrima, infarcita di intrecci, equivoci, flirt, innamoramenti che si è fatta paradigma della commedia dell'arte. «Abbiamo operato un vero e proprio riadattamento non solo linguistico - spiega Favino - ma anche nella formulazione della comicità: quella italiana è più esplosiva. Si è trattato di un lavoro meno faticoso di quel che potrebbe apparire perché, diciamocelo, Arlecchino ha i nostri pregi e i nostri difetti. Dalla sua maschera ingenua, difettosa e furbastra è nata anche, pensando al cinema, la commedia all'italiana. É una maschera che si reincarna nei secoli: chi è Checco Zalone, se non uno splendido Arlecchino?».

A troneggiare tra i protagonisti Bruno Armando, Gianluca Bazzoli, Pierluigi Cicchetti e Diego Ribon è Gianfranco Favino, disinvolto a passare da Ambrosoli in tv al servitore di due padroni in teatro: «La mia sfida personale - spiega l'attore romano - è di migliorare attraverso scelte non rassicuranti. Cerco il disequilibrio, l'inseguimento di cose sempre diverse».

E sul suo ruolo imprevisto, non voluto ma effettivo, di sex symbol, l'attore non può che sorridere: «Mi appello a una battuta di Javier Bardem, che non può essere definito un classico bello: senza una cinepresa addosso per tutti questi anni, disse una volta, nessuno mi avrebbe notato per strada. La verità è un po' questa, e un po' un'altra: il cinema, con i primi piani, sa catturare lo sguardo. E se il pubblico pensa di cogliere dietro agli occhi un'intensità e una personalità, resta affascinato».