"Forza Italia, i congressi sono solo il primo passo La Lega? Deve scegliere"

Per l'ex sindaco di Pavia non c'è coalizione senza Fi ma serve una fase costituente vera

Alessandro Cattaneo, lei è nell'ufficio di presidenza di Forza Italia ed è stato sindaco di Pavia, dove Fi ha registrato il record lombardo nel 2018 e lunedì alle Comunali un buon 11,8%. Come giudica i risultati? Deluso?

«Per la nostra storia e ambizione non possiamo dirci del tutto soddisfatti dell'8,7%. Chiunque deve sentirsi in discussione e concorrere a un rilancio».

Ma basta una risposta organizzativa o comunicativa?

«Io mi preoccupo quando tutti dicono che va tutto bene ma anche la pioggia di dichiarazioni in cui tutti si scoprono critici potrebbe dare lo stesso esito della calma apparente. Anche stavolta provo ad andare controcorrente. È superfluo dire che c'è bisogno di riorganizzare. Bisogna dire come. Giusto parlare di congressi, ma i militanti sanno distinguere i congressi veri dai finti».

Congressi veri dunque?

«Se congressi devono essere, siano veri, costituenti. Un bagno di democrazia. Un minuto dopo, però, bisogna fare un passo in più e distinguerci in modo inequivocabile per temi, convincendo, parlando a pancia e testa dell'elettore, della nostra gente. Lo spazio c'è».

Niente nomine insomma?

«In questa fase anche la migliore persona, se scelta con un percorso di cooptazione, rischia grosso. Non bisogna avere paura del confronto fra idee: poi si trova la sintesi, sentendo la comunità di Fi come casa propria. Questa la condizione per presentarsi come riferimento della classe media».

Giovanni Toti si sente parte della vostra comunità?

«Mi sembra evidente di no. A Pavia è venuto a sostenere un gruppo di candidati contro Fi. Il passo è compiuto. Gli abbiamo chiesto un uscita per Berlusconi e ha declinato per un'agenda troppo piena».

Giulio Gallera chiede un cambio di passo. Fa bene?

«Sì mi sembra che ci troviamo nell'indicare una strada. I consiglieri vanno nella stessa direzione. Ma tutto ciò resta una precondizione: farci trovare in ordine e credibili, con un processo che dà spazio al merito e ai migliori. Ma questo non è il fine ma il mezzo. Nel nostro partito c'è grande qualità».

Vale anche nei Comuni.

«A Pavia il primo dei non eletti nostri ha più preferenze del più votato leghista. Il segreto di questa vittoria sta anche nel gioco di squadra, e lo dico dopo settimane di lavoro, e sta in questa qualità».

Come si trova con la Lega?

«Vedo un certo strabismo. Qui in Lombardia si parla con Fontana, con Fracassi, con Centinaio. Qui sono un alleato naturale, non costa alcuna fatica stare insieme. Siamo vicini. A Roma tutt'altra questione».

Che succederà?

«Non c'è centrodestra senza Fi. Con la Lega da sola, o sola con Fdi, si va verso un messaggio radicalmente diverso, snaturato. Il giochino di criticare i 5 Stelle quando si torna in Lombardia sta per finire. Il conto finora lo hanno pagato i grillini ma rischia di pagarlo anche la Lega. Il tentativo di mangiarsi Fi non ha funzionato. Loro fanno un pezzo ma ne serve un altro. Quella è Fi».

Quando arriverà il conto?

«Con la prossima finanziaria la realtà rischia di travolgere le dinamiche di palazzo. Poi poco importa la letterina dell'Ue, anzi fa il gioco di Salvini e rafforza la sua narrazione. Ma poi il bluff viene scoperto. E poi fare debito per buttare via soldi che senso ha? Noi lo faremmo per tagliare le tasse, fare il terzo valico, la Tav. E il reddito di cittadinanza è il più grande travaso di risorse dal Nord che produce a un certo Sud assistenzialista».

Fi riparte da tutto ciò?

«Dal Nord sono partite tutte le grandi novità, soprattutto nel centrodestra. Artigiani, imprese, categorie, sono arrabbiati. Io li sento. Non è fare debito il problema, ma dove lo metto. Allora, le regole del gioco nel nostro partito non devono essere un'ossessione, una condizione, necessaria ma non sufficiente. Dopo ci si unisce intorno al leader e a facce nuove e credibili e si dà il via a un ritrovato protagonismo».