La frontiera di Porta Nuova che ora è in mano agli emiri

L'area delle ex Varesine da dazio a stazione e poi luna park Oggi è lo «skyline» della città: grattacieli comprati dagli arabi

Tre partite, cento lire. Il flipper era un compagno di giochi un po' così. Inghiottiva una moneta e rigurgitava palline. Una molla le mandava in orbita e poi il rischio era il tilt. Amnesia meccanica momentanea. Fermo immagine del gioco. E punti persi. Tre palle, un soldo. Stessa solfa, ma al baracchino. E centrare la paperella voleva dire portarsi a casa il pesce rosso. Birretta uguale duecento lire, lo zucchero filato altre cento. E per un bambino era già tanto.

Benvenuti al paese della cuccagna. Quello che si accendeva alle prime luci della sera. Lampadine colorate solcavano il buio. E tutto poteva avvenire. Sogni di donne cannone uscire dal circo che talvolta vi veniva allestito. Rumori sordi di marchingegni che registravano l'intensità di un pugno. Auto che si scontravano. Fucili che sparavano. Femmine lanciate verso la coda. Lassù. Più in alto. Nel cielo. Il giro bis. Il premio di quel calcio in culo del fidanzato che le spediva fuori giri. E urlavano. Felici. Fuori dalla traiettoria di chi, quel ciuffo, nemmeno lo aveva sfiorato.

Si chiamavano ex Varesine e a Milano, per tutti, erano il luna park. Le giostre. La musica. Il «rimorchio» adolescenziale. Sedicianniquasidiciassette e pantaloni a zampa d'elefante. Una sigaretta che fa tanto vent'anni-ventidue. Cioè un bel balzo. E lei. Da adocchiare. Sorriderle. Regalarle il peluche dopo aver impallinato l'orso di cartone. Entrare soli. Uscire per mano.

Era il 1975. E le ex Varesine erano un pratone brullo. Sulla piatta sommità di un terrapieno. Una zona di confine, quale in fondo erano sempre state. Una grigia terra di nessuno al limitare tra città e periferia. La frontiera. Milano seria e operosa, da un lato. E quella gaudente e goliardica a caccia di stravizi, dall'altro. La paura che le prime droghe facessero breccia proprio lì. Tra un sorriso scanzonato. E guardia bassa. Eppure quella terra spelata che, quando pioveva, diventava una palude di fango restava l'oasi del divertimento.

Se ne accorse anche il cinema. E vi approdò armi e bagagli. Sotto quelle giostre Luc Merenda esplose i colpi che uccisero il suo rivale. L'assassino di suo figlio. «Finito» dopo un inseguimento in moto. La città sconvolta: caccia spietata ai rapitori segue la celebre «Trilogia del milieu» iniziata con Milano calibro 9 e proseguita con La mala ordina e Il boss . Tutti poliziotteschi. Affascinarono perfino Tarantino che, per i film italiani, ha sempre avuto un debole. In particolare i B movie e questo braccio di ferro tra criminalità, polizia immobile e giustizieri della notte.

Ma il set a Porta Nuova piacque anche a Dino Risi. Sessomatto è stato girato lì di fronte. Sotto i portici di piazza Einaudi, all'angolo con viale della Liberazione, Giancarlo Giannini ebbe il suo bel daffare e le sue belle sorprese con un milanese doc. Il travestito Alberto Lionello che si fingeva pugliese. Ma non lo era.

Correva il 1973. Di lì a quarant'anni su quel pratone brullo sarebbero cresciuti grattacieli. E li avrebbero comprati gli arabi. Due piazze sarebbero state consacrate a illustri architetti. Ma sarebbe rimasta una zona di frontiera. Perché Milano, quella vera, arrivava ai bastioni. Lì, dove c'era e c'è ancora, il ponte delle Gabelle. Attraversava il Naviglio della Martesana che correva lungo via Gioia, prima di gettarsi in città. Verso il tumbun de San Marc . Lì veniva preteso il pagamento del dazio per le merci che entravano nel perimetro comunale. Le tasse. Le gabelle, appunto. E lì, vicino al ponte, c'è un'edicola con le effigie della Vergine. Quella cui si raccomandavano gli sfrosadôr . Ovvero quelli che vanno di sfroso. Una sorta di contrabbandieri ante litteram , tanto per intenderci. Al punto che l'icona prese il loro nome e divenne la «Madonna di sfrosadôr».

Milano finiva lì. Oltre le porte stavano i Corpi Santi. Un'altra amministrazione. E su quel confine, a metà dell'Ottocento fu posata la prima strada ferrata. E la prima stazione. Toccò all'ingegnere milanese Giulio Sarti costruirla a Porta Nuova dopo che fallì il progetto di aprirne una a Porta Tenaglia. Il 17 agosto 1840 l'arciduca d'Austria Ferdinando I e l'arcivescovo suo connazionale, Karl Kajetan von Gaisruck, scesero orgogliosi dal convoglio che aveva percorso 12,8 chilometri in 19 minuti. Da Monza. Le due locomotive sbuffanti e ansimanti - chiamate Milano e Lombardia - vi giunsero nell'entusiasmo generale. Si viaggiava in tre classi. In prima, pochi posti e vettura coperta. Ovvero, la comodità. In seconda, più poltrone e vettura chiusa. Il compromesso. In terza, stessi spazi e aria aperta. In agosto non fece effetto, poi fece la differenza. Ai milanesi però quel trenino piaceva. Ogni giorno vi salivano 1750 passeggeri e la domenica molti ci facevano la gita, appunto, fuori porta.

La favola dura dieci anni. Poi lo scalo va in pensione. L'esigenza di allungare la linea fino a Como mostra i limiti nel gestire un traffico più intenso. Addio ai treni, non all'edificio. Esiste ancora dopo 175 anni. Oggi è l'Hotel Maison Moschino. Stelle nel firmamento alberghiero. La stazione non si spostò granché. Cento metri più a nord. La nuova linea seminò il malcontento dei paesi che, sul tragitto, non venivano toccati. E ci volle tempo perché fosse completata. Molto tempo. Il primo treno fischiò nel 1850, ma la tratta arrivò alla dogana svizzera solo nel 1879. E quel giorno la nuova stazione era già in disuso. Fu dismessa nel 1864 quando la viabilità fu ridisegnata. Come la precedente, esiste ancora. È lo stabile al 7 di via Gioia. Oggi è sede del comando della Guardia di Finanza. E, guardacaso, sulla ferrovia che portava a Chiasso ha messo radici. Vista lunga già da allora, non c'è che dire.

A sostituirla fu la prima stazione Centrale, un colosso che non deve il nome all'essere nel cuore della città, ma al trovarsi fra le fermate di Porta Nuova e Porta Tosa. Quelle che, di fatto, soppiantò. Lo scalo progettato dagli austriaci fu inaugurato dal re d'Italia. Nel 1864, Vittorio Emanuele II uscì orgoglioso da quell'androne. Milano era diventata grande. Ma la stazione visse quanto un uomo viveva allora. Poco meno di settant'anni. Nel 1931 le ruspe demolirono l'intero edificio e ne rimase in piedi solo l'ala occidentale cui si accedeva da via Galilei. Fu chiamata anch'essa Porta Nuova, ma tutti la ribattezzarono le «Varesine». Quel primo fascio di binari elettrificati infatti collegava la città a Varese. Rimase in funzione fino al '64, quando entrò in servizio Porta Garibaldi. Tornarono le ruspe e sul terrapieno restò il fango. Ma fiorirono le giostre. Tre palle un soldo...

Era il 1975 quando Fernando Di Leo girò alle Varesine «La città sconvolta: caccia spietata ai rapitori». Luc Merenda (a lato nella scena finale dell'inseguimento in moto tra le giostre) interpreta un padre vedovo, cui viene rapito e ucciso il figlio e decide di vendicarsi facendosi giustizia da solo. Il film, commerciale e con poche pretese, risente tuttavia del desiderio di rivalsa per i frequenti sequestri di bambini in quegli anni. Era ancora fresca la memoria di Ermanno Lavorini, rapito e ucciso a Viareggio nel 1969. Un caso che fece scalpore e tra gli italiani coltivò l'odio verso quei delinquenti.