Fuori pericolo l'avvocato, ma il tribunale è fuorilegge

Uscito dal coma dopo essere precipitato dalla balaustra. Un problema noto da tempo, ma nessuno ha fatto nulla

È uscito dal coma farmacologico, è cosciente, non corre più pericolo di vita. Alessandro Montinaro, il giovane avvocato volato venerdì mattina dal quarto piano del Palazzo di giustizia, sopravviverà. Ma solo stamani conoscerà come è destinata a cambiare la sua vita: «Per ora - spiega Basilio Tiso, direttore sanitario del Policlinico - non siamo in grado di dire se riprenderà l'uso delle gambe e se sarà necessaria una operazione alla colonna vertebrale».

Trent'anni, nato a Maglie, praticante in uno studio legale di via Podgora, Montinaro stava telefonando quando è volato oltre la bassa balaustra che protegge il corridoio del quarto piano. Una semplice disattenzione che ha avuto conseguenze drammatiche a causa di un difetto ben noto del grande edificio di corso di Porta Vittoria: l'altezza insufficiente delle sponde dei corridoi oltre le quali vi sono strapiombi di molti metri (in alcuni punti, oltre quindici). Da tempo - come nell'inchiesta del Giornale.it del 2017 - questa situazione viene denunciata senza che nessuno faccia niente.

Ora qualcosa si dovrà fare per forza, perché sul volo di Alessandro è stata aperta una inchiesta penale per lesioni colpose, affidata al procuratore aggiunto Tiziana Siciliano - che si occupa di sicurezza ambientale e infortuni sul lavoro - e dal pm Maura Ripamonti. Il drammatico incidente verrà analizzato nei dettagli, come qualunque infortunio sul lavoro. Non è stata sequestrata l'area, come sarebbe accaduto in una azienda qualunque, solo per il motivo che l'area non rischia di essere modificata di nascosto: gli uffici dei due magistrati che indagano sono a pochi metri dal punto dove il professionista è precipitato.

L'inchiesta non potrà che partire da un dato di fatto: il Palazzo di giustizia non è a norma. E la pericolosità della situazione è nota a tutti, tanto che anni fa un piccolo tratto di balaustra è stato rialzato con delle paratie. Nel resto del tribunale non si è fatto nulla.

L'inchiesta è delicata, perché l'obbligo di provvedere alla sicurezza del tribunale compete in primo luogo ai vertici del tribunale stesso: la commissione manutenzione è presieduta dal presidente della Corte d'appello (oggi Marina Tavassi, prima di lei Giovanni Canzio) e la gestione diretta compete al procuratore generale (oggi Roberto Alfonso, il predecessore Manlio Minale è scomparso nel 2015). Se si andasse davvero a scavare sull'inerzia che in questi anni ha circondato il tema, sarebbe difficile non chiamare in causa i diretti responsabili.

Certo, modificare il Palazzo è complicato, perché si tratta di un edifico con quasi novant'anni di età e un valore storico e architettonico che va tutelato. Ma i vincoli non hanno impedito che in questi anni venissero realizzati interventi a dir poco spregiudicati aumentando senza autorizzazione le volumetrie interne, modificando gli spazi, inserendo pareti di cartongesso e controsoffitti un po' dappertutto, con buona pace dell'armonia delle architetture razionaliste di Marcello Piacentini. Leggendario il gabbiotto che era stato realizzato nel cuore della Procura per ospitare parte dell'ufficio del procuratore aggiunto Alfredo Robledo, e che fu demolito subito dopo la cacciata del medesimo. In questa disinvoltura di interventi, le esigenze della sicurezza sono state dimenticate.

Eppure si poteva intervenire. Infatti in altri casi la magistratura milanese ha dimostrato di ritenere che le esigenze della sicurezza prevalessero su quelle dei beni architettonici, ordinando la messa in sicurezza di edifici ben più storici e prestigiosi del «palazzaccio»: accadde quando il procuratore aggiunto Nicola Cerrato dispose interventi sui loggioni della Scala e sugli spalti dell'Arena Civica, che non rispondevano alle norme antinfortunistiche.

Oggi a venire chiamato in causa è il palazzo-simbolo della giustizia milanese. Un po' come è accaduto per la strage in cui nel 2015 persero la vita un avvocato, un testimone e un giudice, dopo che l'imprenditore Claudio Giardiello era riuscito a entrare armato. Giardiello è all'ergastolo, e il vigilante di turno all'entrata è stato condannato a tre anni di carcere per omicidio colposo. Ma dei buchi neri nella sicurezza del palazzo nessuno ha dovuto rispondere.