Gelo tra Gori e Fontana. E salta la stretta di mano

"Dem" e Lega si scambiano accuse e polemiche. I due candidati si evitano nel confronto diretto

È un lunghissimo confronto a distanza fra Giorgio Gori e Attilio Fontana che segna la quintultima giornata di campagna elettorale. Una giornata che si apre con una polemica del sindaco di Bergamo e si chiude senza strette di mano in via Romagnosi.

È Gori ad aprire le ostilità, arrivando nella sede dell'Università Iulm per un confronto al quale l'avversario, candidato del centrodestra, non partecipa. «È importante - dice Gori rivolgendosi ai cronisti - che voi raccontiate di questo candidato fantasma che si sottrae a tutti i confronti e che pensa di andare a governare la Lombardia solo perché sta seduto sul carro del centrodestra sperando cosi nel vento favorevole delle politiche».

Fontana risponde per le rime: «I dibattiti tra politici seduti in un salottino a punzecchiarsi tra loro, impegnati a ripetere slogan e banalità, non mi appassionano - così scrive su facebook - Ne ho già fatti sin troppi e altri sono in programma in questi giorni. Preferisco stare tra la gente nelle fabbriche, negli ospedali, nelle strade, negli istituti per disabili e dove la gente ha bisogno di ascolto e di aiuto. Passare tutto il mio tempo in dibattiti dove Gori arriva in ritardo, e se ne va in anticipo, senza ascoltare gli altri non mi appassiona e non mi interessa».

In effetti Gori arriva per ultimo in via Romagnosi per il confronto sulla formazione promosso da Aef e ospitato dalla Cariplo. Fontana è già in sala, parla con i collaboratori, vede arrivare Gori, che però non vede lui, o comunque non si avvicina. Niente stretta di mano. L'ultimo lunedì pre-elettorale è stato segnato dalle dichiarazioni polemiche firmate dai segretari dei due partiti d'appartenenza dei candidati. «La Regione Lombardia - incalza Paolo Grimoldi, replicando a Gori sul candidato fantasma - in questa campagna elettorale avrebbe meritato un candidato per il centrosinistra più preparato e meno spocchioso di Gori, uomo da salotti buoni e da talk show televisivi, degno emulo del suo mentore Renzi, uno che a sei giorni dal voto ancora non ha ancora detto se dopo la sconfitta resterà in Regione a fare opposizione oppure, come immaginiamo, tornerà a riprendersi la comoda cadrega di sindaco di Bergamo che ha abbandonato da mesi».

La replica, con toni simili, arriva dal partito di Gori e dal suo capolista milanese: «La Lombardia non ha bisogno di chiudersi in se stessa con le ricette nazionalistiche e sovraniste proposte dalla Lega» - attacca Bussolati del Pd, evocando come al solito «il fascismo» che ispirerebbe la Lega, per poi bissare: «La Lombardia non ha bisogno di un presidente che scappa perché ha paura, ma di persone capaci di far valere le proprie idee».

Alla fine del confronto ospitato alla Cariplo, felpatissimo e istituzionale, Gori ammette che no, non si sono stretti la mano, ma si dice pronto a farlo. «Solo una coincidenza» aveva detto poco prima Fontana, minimizzando elegantemente sul possibile dissidio personale. E intanto oggi è pronto a partecipare a quattro incontri pubblici proprio in provincia di Bergamo. Di giorni al voto ne mancano solo cinque.