Il giallo del Castellani falso. "Io raggirato dai galleristi"

I carabinieri sequestrano un'opera dopo la denuncia di un collezionista. Il mercante: "Fasulla solo la firma"

Dopo lo scandalo dei falsi Dadamaino, frutto dell'inquietante proliferazione di opere del secondo Novecento sul mercato dell'arte italiano, un nuovo caso a Milano rischia di fare esplodere uno scandalo intorno a un altro grande nome del Dopoguerra, Enrico Castellani. Nei giorni scorsi, gli esperti carabinieri del Ntpc di Monza hanno sequestrato un'opera blu del maestro spazialista epigono di Lucio Fontana, celebre per sue tele estroflesse. Il sequestro è avvenuto a seguito della denuncia di un collezionista milanese, ex imprenditore cotoniero, vittima di un presunto raggiro da parte di una galleria di Londra, la Mayor Gallery, con il coinvolgimento di un noto gallerista milanese.

La vicenda, su cui ha aperto un'inchiesta la procura di Milano, risale al febbraio del 2014 quando l'imprenditore, appassionato collezionista di Castellani, venne contattato con insistenza da Londra. «Era il gallerista Matteo Lampertico - racconta l'imprenditore - che conoscevo da anni e di cui mi fidavo, avendo già acquistato da lui altre opere, tra cui un Castellani bianco. In quell'occasione mi chiamò per caldeggiarmi l'acquisto di una Superficie Blu di Castellani che vendeva un gallerista inglese suo amico. Mi disse che era un affare da 200mila euro. Trattammo fino ad arrivare ad un prezzo di 152mila euro».

Il pacco con il quadro arrivò a Milano un mese dopo e - si legge nella denuncia - venne ritirato dal collezionista direttamente nella galleria Lampertico di via Montebello.

Il tempo scorse tranquillo fino a due anni dopo allorchè l'imprenditore, come spesso fanno i collezionisti quando le quotazioni di un artista salgono, decise di mettere il quadro in asta. L'opera venne effettivamente battuta dalla Casa d'aste milanese Il Ponte, ma non fu mai nè pagata nè ritirata dal nuovo acquirente. «Iniziai a insospettirmi perchè l'acquirente, visionata la tela, non aveva giudicato sufficienti le garanzie di autenticità dell'opera e non intendeva più acquistarla».

L'ultimo atto, inevitabile, fu il ricorso all'Archivio Castellani a cui l'imprenditore inviò l'intera documentazione relativa all'opera e, successivamente, l'opera stessa. Il verdetto è nella lettera inviata dalla Fondazione lo scorso luglio in cui si parla di «grossolana imitazione della sua grafia mentre le iscrizioni a pennarello sul risvolto della tela sono posizionate erroneamente». Insomma si tratta di un'opera evidentemente falsa, sottolinea l'avvocato Maria Chiara Parmiggiani, legale dell'imprenditore che a quel punto ha deciso di sporgere denuncia per truffa, «anche perchè da parte dei venditori non c'è stata alcuna presa di responsabilità dell'accaduto, mentre il quadro, ormai sotto sequestro, non vale più nulla». Di parere completamente opposto il gallerista milanese che declina ogni sua responsabilità legale nella vicenda: «Ho fatto soltanto un favore a un collega inglese e a un collezionista italiano che cercava un Castellani blu, ma io non ho mai emesso alcuna fattura». Non solo, Lampertico è pronto ancora a giurare sull'autenticità del quadro sequestrato: «È la firma che è falsa, ma il quadro è buono, tanto che già prima del 2005 la Fondazione lo aveva registrato sulla base di una fotografia inviata dall'allora proprietario». Lo aveva registrato sì, ma mai inserito nel catalogo generale dell'artista perchè, come chiarisce la Fondazione stessa, ogni richiesta di visionare l'opera era andata evasa. E così il cerino acceso, circolato di mano in mano, è bruciato in quella di un ignaro imprenditore milanese. Girandole del mercato dell'arte.