Goal e fucilate: la Grande Guerra divorò campioni

A Caimi oggi è dedicata una piscina Un campo sportivo ricorda Giuriati

Il destino aveva deciso che Virgilio Fossati non dovesse diventare grande. Piuttosto, volle che diventasse un grande. Perché in fondo aveva ragione Menandro e muore giovane chi è caro agli dei. A venticinque anni Fossati aveva già dato tutto. Cuore. Valore. Entusiasmo. E se ne andò da eroe, come piaceva a Zeus. Da piccolo gli era toccato combattere con la povertà al Ticinese, dove era venuto al mondo nel 1891 e dove i bambini giocavano con una palla fatta di stracci. Altro non c'era, se non la gioia di prendere a calci un pallone tondo come un mondo che, a calci, non avrebbe preso mai. Eppure non gli sembrò un miraggio quando mandò alle spalle del portiere francese uno dei sei goal con cui gli azzurri sconfissero i rivali. Il Virgilio aveva ascoltato l'inno. Forse non lo aveva cantato perché non si usava. Pensò che l'unica trincea della vita fosse quella del centrocampo. Una serie di strisce bianche oltrepassando le quali si era un campione.

Nel 1915 batté anche la Svizzera. Tre gol dei Cevenini, una schiatta che aveva regalato al calcio molti dei suoi figli. Tra i sorrisi del pubblico Fossati lesse una felicità amara che, fuori dallo stadio, sarebbe stata tramortita dall'inquietudine. Si parlava di guerra. L'interventismo divideva l'Italia più di tanti derby. E dietro l'orgoglio dei gol stava il terrore.

L'unica arma che lo sport conosceva era un pallone di cuoio cucito a forza. Pesante come il piombo. E, colpito di testa, poteva ferire. Ma non si moriva, se non di vergogna. Lo stadio di Torino dove si giocò quell'ultima partita si chiamava Piazza d'Armi. E fu un presagio. Virgilio fu spedito in Friuli. A due passi dal Carso e dal confine con quella che oggi è Slovenia. A sparare contro l'Austria-Ungheria. Vi giunse da sottotenente perché a pallone non giocavano i contadini, ma i giovani del ceto medio delle grandi città. Divenne capitano, come era accaduto nell'Inter. E da capitano cadde a Monfalcone. Lo colpì una pallottola sul fronte nord orientale dopo 94 partite con la sua squadra e 12 da azzurro. Il colore dei Savoia. Il regno d'Italia, difeso col pallone e il fucile. Morì da eroe, Virgilio. Ma non fu l'unico caro agli dei.

Il circo pedatorio sacrificò centinaia di vite alla Grande Guerra. Quella di Erminio Brevedan fu tra le più fulminee. Fece in tempo a giocare cinque partite nel Milan, dopo essere arrivato sotto la Madonnina con una valigia di speranze. Quando esordì si capì subito che aveva talento ed era un attaccante con i fiocchi. Mise la palla in rete tre volte ma, nonostante la simpatia con cui contagiava tutti, se la presero con lui. E lo apostrofarono con quei modi gergali e coloriti che solo il calcio sa coniare. Ehi Venezia, dalla larga. Sottinteso, la palla. Venezia non aveva nulla a che fare con la città. Veneto lo era, ma di Treviso. Il soprannome veniva da quel detto che accompagna i lagunari - Faso tuto mi - perché Brevedan insisteva nel dribbling. Troppo per i gusti dei suoi compagni. Sarebbe migliorato, ma non ne ebbe il tempo. Fu tra i primi a partire e tra i primi a morire. Le sue presenze in campo rimasero ferme a cinque, la sua età a 22. Fu arruolato tra i fanti e spedito sul Monte Piana nelle tre Cime di Lavaredo. La sua guerra non fu grande né lunga. Dopo poche settimane il fuoco austriaco lo lasciò sul terreno privo di vita. Fu il primo tributo di sangue rossonero alla patria.

Fossati e Brevedan subirono una beffa. L'oblio. Altri meritarono l'onore del ricordo ma, come sublime oltraggio, di loro restò solo il nome. Scollegato dalle gesta. Mario Giuriati è più noto come il campo sportivo dove tutti i ragazzini di Milano hanno giocato almeno una volta nella loro adolescenza scolastica. A lui è intestata anche una strada. Eppure nessuno ricorda che fu tra i fondatori e i calciatori dell'Enotria. Partì per l'Isonzo come sottotenente di fanteria e cadde da eroe sul Sabotino. Ferito da una raffica austriaca, tornò in trincea e guidò i suoi all'assalto. Colpito da un secondo fuoco non ebbe modo di riprendersi. Aveva 21 anni.

A Giuseppe Caimi invece è toccata una piscina, ma con il nuoto ebbe poco da spartire. Molto invece lo legò a Fossati, compagno di squadra e centrocampo. I registi dell'Inter anni Dieci. Dopo un triennio nella Milanese, terza squadra della città, qual giovane alto e sorridente, dinoccolato e donnaiolo approdò in nerazzurro, ma perse la nazionale. Fu disdoro di femmina a tradirlo. Vittorio Pozzo lo convocò per la trasferta in Svezia. Giuseppe rise e spontaneo sbottò. «Se vado, chissà quante svedesone mi toccherà portare in camera». Il suo biglietto non fu mai staccato e Caimi restò a casa. La guerra non lo reclutò. Fu lui a reclutare lei. E partì volontario. Combattè in Valsugana e sul Grappa dove fu ferito a morte da tenente di fanteria. Così morì «Polidoro», ragazzo di 27 anni che sapeva imitare, far ridere e fare gol portandosi anche in campo quel nomignolo ereditato da una macchietta del cinema. L'associazione volontari di guerra di Milano ha commemorato la sua medaglia d'oro al valor militare a un secolo dalla morte. Nondimeno. Per tutti. Caimi è una piscina.

Commenti

baronemanfredri...

Lun, 01/01/2018 - 14:58

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Dordolio

Lun, 01/01/2018 - 21:24

Nessuno muore VERAMENTE. Si è morti sul serio solo quando nessuno ti ricorda più. La cosa che di questo documentato articolo dovrebbe colpire di più è il fatto che a degli atleti e soldati valorosi sono state intitolati stadi. O strade. Ma nessuno sa chi fossero. Non li si ricorda. Non li si cita. Non interessano a nessuno OGGI. Aveva ragione Larteguy: "La civiltà elimina gli eroismi". E aggiungo io: "E li scorda pure".