Gori, la coalizione litiga. Veto di sinistra sui civici

Lombardia progressista non vuole gli ex Ncd. Il candidato prova a disinnescare la "grana"

Problemi in vista per la coalizione di Giorgio Gori. Il centrosinistra lombardo vacilla per i bisticci fra la sinistra e i centristi alleati col Pd, che ieri sono stati il bersaglio del giorno. Per i democratici, e per il loro candidato, un'alleanza larga è una necessità, oltre che un sogno, visti i rapporti di forza elettorale esistenti in Lombardia. Per questo Gori ha cercato fin dall'inizio di rassicurare - e se possibile sedurre - un pezzo del mondo moderato legato al centrodestra. L'operazione non è servita a molto, dal momento che nelle reti del sindaco di Bergamo sono finiti solo gli esponenti di «Civica popolare», gli ex Ncd (poi Area popolare) che hanno seguito la ministra Beatrice Lorenzin nell'alleanza con Matteo Renzi. In Lombardia, un consigliere su 5: il bergamasco Angelo Capelli. La presenza dei civici popolari a sostegno di Giorgio Gori è stata salutata con grande enfasi dal segretario del Pd, Alessandro Alfieri: «In Lombardia - ha detto - stiamo facendo un lavoro importante per costruire una coalizione larga di centrosinistra aperta ai contributi del civismo. In questa ottica, è giusto valorizzare anche il lavoro fatto in questi anni dalla componente centrista guidata, a livello nazionale, da Beatrice Lorenzin. Una dichiarazione simile, in genere, ha un obiettivo preciso, richiesto e concesso: pari dignità di coloro che vengono accolti nella squadra.

Questa accoglienza, però, ha mandato su tutte le furie l'ala sinistra della coalizione, in particolare quella «Lombardia progressista» che riunisce il mondo legato all'ex sindaco Giuliano Pisapia. «Non va affatto bene - hanno detto i pisapiani ad Alfieri - così si mina il progetto che abbiamo costruito». «Noi - messaggio finale - ci siamo per far vincere il centrosinistra, non certo per piegarlo agli interessi elettorali o alle diatribe romane sui collegi». La tensione doveva essere molto alta ieri, tanto che la consigliera milanese Anita Pirovano (ex Sel), dopo aver spulciato i comunicati di Lorenzin alla ricerca di una dichiarazione (inesistenti) sull'agognato ius soli, si è molto arrabbiata e ha voluto far sapere di essere «passata all'inaugurazione del comitato Gori per gentile concessione: «Perché troppo testarda per rassegnarmi all'idea che la Lombardia venga, di nuovo, sacrificata nello schema politico che ha devastato il centrosinistra imbrigliandolo, come vorrebbe Alfieri, nel gioco delle sedie verso le elezioni politiche». E l'insofferenza per i centristi ha contagiato anche un pezzo di Pd, se è vero che l'assessore Pierfrancesco Majorino ha sentenziato che «della Lorenzin non c'era bisogno». «Sono convinto che non influirà minimamente sulla qualità della proposta di Gori» ha aggiunto, auspicando «un chiarimento immediato tra tutti». E un chiarimento Gori lo ha cercato, barcamenandosi non poco per trovare una soluzione: ha dovuto da un lato assicurare che «tutta la componente di quel partito che a livello nazionale ha reso impossibile l'approvazione dello Ius soli, è col centrodestra» assicura Gori e dall'altro smentire di aver parlato con Lorenzin o anche con il coordinatore regionale Angelo Capelli, che sarà candidato alle Politiche e dal canto suo getta acqua sul fuoco: «Non ci sono problemi».