La Grande Guerra finì con una strage rimasta nel silenzio

Un secolo fa esplose una fabbrica di bombe Morirono in 59, quasi tutte erano donne

Fu il destino. O forse il Dio della pace che, a dispetto del suo nome, quel giorno, per cancellare una fabbrica di guerra, decise un massacro. Il primo conflitto mondiale sarebbe finito di lì a qualche mese. Caporetto era ancora lontana. Vittorio Veneto anche. Ma nessuno lo sapeva. Tranne lui. Quel Dio della pace che, per tacitare le battaglie, distrusse gli esplosivi. Richiamò nell'alto dei cieli una sessantina di figli suoi e a Bollate lasciò terra bruciata. Era giugno. Era di venerdì. Era il 7. A novembre l'«inutile strage», maledetta da papa Benedetto, sarebbe finalmente cessata ma sembrava un tempo incolmabile.

Cent'anni sono trascorsi dall'eccidio che nessuno volle, se non il destino. E un fato che tutto predispose. Perfino l'oblio, perché talvolta i martiri non hanno nome. E quelli del Castellazzo sparirono e basta. Se ne andarono in 59 e, di loro, ben 52 erano donne. Tuttora la loro lapide è bianca. La terra non ne conserva le spoglie. Ma sono rimasti i volti. Corpi disegnati da fasci di luce. Gesti. Lavoro. Luca Comerio entrò con la macchina fotografica alla Sutter & Thévenot un anno prima della tragedia.

Trovò addetti che preparavano bombe, altri che confezionavano petardi. Il «Thévenot» era all'ultimo grido nelle trincee. Lo fabbricavano alle porte di Milano quelle donnine che avevano perso tutto. I mariti al fronte. Il sogno di un bambino. La fiducia nel futuro. Ma non il sorriso. E, intrepide, continuavano a spendersi in un'azienda che esteriormente assomigliava a un campo di concentramento.

Allora però non inquietava. I lager sarebbero comparsi decenni dopo, ma quelle rotaie che attraversavano le baracche e il filo spinato che le delimitava, per i vivi di fine Novecento, avevano il sapore dell'incubo. Per i vivi di allora, invece, erano solo un ambiente di lavoro. Uno come tanti. Oggi nessuno può più ricordarli perché nel '19 la ditta fu rasa al suolo dalle ruspe del Comune di Bollate. Restarono gli scatti di quel fotografo entrato in punta di piedi. Restituì immortalità a volti che il fulminato di mercurio avrebbe distrutto per sempre. E uscì. Quei clic d'autore su serenità preoccupate non passarono alla storia ma agli archivi. Nemmeno quando il funesto boato delle 13.50 di quel 7 giugno di un secolo fa invase le campagne. Sventrò un'azienda e lasciò assi di legno bruciare solitarie fino alla cenere. Nemmeno quando arrivarono i soccorsi e, da uno dei mezzi della croce rossa, scese un uomo che non faceva il medico. Non era famoso, ma lo sarebbe diventato. E aveva solo diciannove anni.

Davanti a quello scempio fece le uniche due cose di cui era umanamente capace. Raccogliere i resti dei poveri morti cercando di salvare qualche vita ancora in bilico. E scrivere. «Quanto al sesso dei defunti è un dato di fatto che ci si abitua talmente all'idea che tutti i morti siano uomini che la vista di una donna morta risulta davvero sconvolgente. La prima volta che sperimentai quest'inversione fu dopo lo scoppio di una fabbrica di munizioni che sorgeva nelle campagne intorno a Milano. Arrivammo sul luogo del disastro in autocarro, lungo strade ombreggiate da pioppi e fiancheggiate da fossi formicolanti di animaletti che non potei osservare chiaramente a causa delle grandi nuvole di polvere sollevate dai camion. Arrivando nel luogo dove sorgeva lo stabilimento, alcuni di noi furono messi a piantonare quei grossi depositi di munizioni che, chissà perché, non erano saltati in aria. Ci ordinarono di perlustrare gli immediati dintorni e i campi circostanti per vedere se ci fossero dei corpi. Ne trovammo parecchi e li portammo in una camera mortuaria improvvisata e, devo ammetterlo francamente, la sorpresa fu di scoprire che questi morti non erano uomini ma donne... Ricordo che dopo aver frugato molto attentamente dappertutto per trovare i corpi rimasti interi ci mettemmo a raccogliere i brandelli».

Quella penna era di Ernest Hemingway e la strage divenne un racconto - Una storia naturale dei morti - inserito in una raccolta poi pubblicata nel 1938 a New York e tradotto nel 1947 in Italia. Sulla Sutter & Thévenot calò il silenzio gelido dell'oblio dopo l'esplosione e le ruspe. Fino a qualche anno fa. Il 2010. Quando il parroco di San Guglielmo al Castellazzo, un appassionato di storia locale, aveva scoperto nelle cantine della chiesa uno stendardo esposto al funerale delle vittime di una deflagrazione avvenuta il 7 giugno 1918. Anche questo è stato un caso. Il destino. O il Dio della pace.

Commenti

Gibulca

Mer, 06/06/2018 - 09:51

Ma che modo è di scrivere? Con i periodi fatti poche parole si perde il filo del discorso e non si capisce dove si voglia arrivare. Ma soprattutto la lettura diventa noiosa e si abbandona. Montanelli e Cervi certe cose non le avrebbero tollerate (e nemmeno io)