Grande Guerra in foto: mostra in 70 scatti delle trincee sui monti

Rifugi e cannoni in vetta: dopo un secolo ecco le tracce rimaste del conflitto mondiale

La storia non è avara di eserciti capaci di superare le nostre impervie e inospitali montagne, con marce forzate e indicibili fatiche. Tra i più noti pionieri ci fu Annibale, con il suo leggendario - e non indolore - passaggio delle Alpi, oltre due secoli prima di Cristo, per mettere a ferro e fuoco l'Italia romana. Fu solo la prima di un'infinita serie di minacce per la penisola provenienti proprio dai valichi alpini.

Ben più raro, invece, è trovare soldati che in quei gelidi inferni ci hanno vissuto e combattuto per mesi e anni, scavando trincee, appostandosi, finendo uccisi dal freddo, dalle malattie, dalle pallottole o dalle cannonate. Accadde per la prima (e praticamente unica) volta cent'anni fa, quando il giovane Regno d'Italia comprese che per continuare a esistere doveva spostare fanti e cannoni proprio lassù, a più di tremila metri di quota, su quell'improbabile linea del fronte dove incombevano le truppe austro-ungariche e la natura, con tragica ironia, regalò al cinismo umano il palcoscenico di paesaggi mozzafiato. Quelli ripresi dall'obiettivo di Stefano Torrione, che in 70 immagini in grande formato, accompagnate da mappe e fotografie storiche, racconta «La guerra bianca» in una bella mostra, ideata e prodotta da National Geographic Italia, visitabile fino al 5 novembre alla Fabbrica del Vapore nell'ambito delle celebrazioni per il centenario della Prima Guerra Mondiale.

Un brivido, di freddo e vertigine, corre lungo la schiena di chi si inerpica sulle rocce di Caré Alto, gruppo dell'Adamello: una baracca di legno malcerta e battuta dai venti, rifugio di soldati d'alta quota, si confonde fra le nevi perenni a 3.500 metri sopra il livello del mare. Poco più in basso, sulle pendici del monte Coel, un osservatorio per artiglieria, che pare uscito da una scena di Torneranno i prati di Ermanno Olmi, inquadra con le sue strette feritoie le spianate nevose del Corno di Cavento, dove in inverno il termometro scende a -30. Immancabile un primo piano del celebre «Ippopotamo», il cannone italiano 149 G che domina ancora Cresta Croce, puntato contro il cielo con minaccioso orgoglio. Adamello, Ortles Cevedale, Marmolada. Scorluzzo, Lagoscuro, Presanella, Albiolo, tutti nomi evocativi per chi ha studiato le cronache dell'epoca o ha letto testimonianze e diari di soldati. Ancor oggi non è raro imbattersi in passerelle sul vuoto, reticolati, scale di pietra e legno, cannoni, fucili, scarponi, maschere antigas e oggetti personali dei combattenti, fotografie di fidanzate o scatolette di sardine, preservati per cent'anni dal ghiaccio. Persino resti di trincee o gallerie nella roccia. Come la celeberrima Franz Josef, scavata dagli austro-ungarici nel ghiacciaio della Marmolada: nei momenti più caldi della guerra il complesso delle gallerie raggiungeva i 12 chilometri: una «città di ghiaccio» in cui vivevano, combattevano, pregavano, speravano e morivano decine di soldati.