La grazia di Gina Marpillero in un diario intimo

Testi e immagini della scrittrice friulana, autrice di «Essere di paese»

Paolo StefanatoGina Marpillero è stata una donna ordinata e, in qualche modo, previdente. Quando i figli Caterina e Fabiano, dopo la sua morte, hanno messo mano a carte e carteggi, era tutto raccolto per bene, in cartelline colorate legate con nastri vezzosi, intitolate ai capitoli della vita: la gioventù ad Arta, il primo fidanzato, la grande guerra, il matrimonio, il marito, i figli, i libri, i premi. Come se Gina, scomparsa a 96 anni nel 2008, avesse voluto consapevolmente consegnare la propria memoria. Così quando è nata l'idea di una mostra, era praticamente già pronta. Centinaia di foto complete di didascalia, luoghi, date, appunti. Un diario sorprendente, fino a quel momento sconosciuto, intimo com'è un diario, ma appoggiato sullo sfondo di un secolo intero, il Novecento, misto di sofferenze, di progresso, di benessere. Oggi questa mostra di scritti e immagini è allestita a Milano, ed è visitabile fino a giovedì nella sede del Circolo filologico milanese, in via Clerici 10.Gina Marpillero, friulana - anzi carnica: gente di montagna formata alla fierezza è diventata un personaggio nazionale a tre quarti della vita: quando, improvvisamente, un libro pubblicato da Mondadori, Essere di paese, la consacrò come scrittrice. Era il 1980 e con una malizia che contrastava ogni logica femminile, lei che di anni ne aveva 68 disse a tutti di averne 70: perché un'esordiente anziana faceva più notizia. Fino a quel momento aveva pubblicato solo qualche racconto, poi, dopo quel romanzo che parlava della sua giovinezza, fu un profluvio: racconti, poesie, raccolte di proverbi e filastrocche popolari, un romanzo epistolare; alcuni scritti in italiano, altri in friulano, lingua schietta e un po' tagliente che si addiceva al suo temperamento. Un filone ininterrotto fino alla fine, che arrivò solo quattro anni prima dei cento. Fu come se per lustri ella avesse covato dentro una creatività naturale e impetuosa ma priva, fino a quel momento, della giusta espressione. Inquieta, curiosa, indagatrice, si applicò alla scultura, al ricamo, alla fisarmonica, al tennis, ai lavori in legno, alla pittura. Era orgogliosa delle sue mani d'artista sporche di argilla perché era una donna tutt'altro che convenzionale. Si sposò a 27 anni età insolita per l'epoca con un uomo di 23 anni più vecchio, al quale, oltre all'amore, dedicò devozione e rispetto. Con lui scese a valle, da Arta a Porpetto, nella Bassa friulana, dove capì quanto la natura, la terra, gli animali, gli alberi potevano essere diversi dal microcosmo che aveva conosciuto fino a quel momento. Dalla mostra, in un gioco di immagini e di scritti, esce il ritratto di una donna bellissima, forte e anticipatrice, svelta di pensiero, talvolta pungente ma sempre spiritosa. A 93 anni, per combattere l'insonnia, giocò a creare aforismi, fulminanti quanto quelli di Marcello Marchesi o di Ennio Flaiano: «Amori perduti e ritrovati nel bosco. Aspettava il principe azzurro ed è arrivato un re sul grigio. L'amante è il supplemento rapido. I rubacuori non sono mai stati denunciati. Le oche hanno fatto un corso: adesso si sono fatte tutte furbe». Per concludere, con autoironia: «Come vedete, ho ancor la testa tra le nuvole invece di averla sulle spalle. Così spero di voi».