Hayez, non solo un bacio Cento dipinti da scoprire

In mostra l'opera dell'artista veneziano adottato da Milano E in città scoppia una vera e propria mania per il pittore

Se un bacio non può cambiare la storia, tre forse sì. C'è un quadro che ai milanesi è caro perché rappresenta, insieme, la passione di un istante privato e l'ardore di un destino comune che si sta compiendo. È «Il bacio» dipinto da Francesco Hayez nel 1859, simbolo della Liberazione e del Risorgimento: un bacio privato che diventa un messaggio pubblico, quasi politico, con i colori delle vesti dei due amanti a comporre il Tricolore e la bandiera francese per celebrare l'arrivo di Vittorio Emanuele II e Napoleone III.

Hayez diede, in realtà, molti baci alla pittura e se, di alcune versioni abbiamo solo un'attestazione nelle fonti e negli scritti dell'autore, i tre «schiocchi» d'arte più famosi (e censiti) si riuniscono per la prima volta oggi a Milano. Le Gallerie d'Italia in piazza Scala ospitano, sotto l'egida di Intesa San Paolo e la regia di Fernando Mazzocca e Gianfranco Brunelli, 100 opere dell'artista per offrire, fino al 21 febbraio, una delle più complete retrospettive (catalogo Silvana editoriale) sulla vita di quel veneziano di Francia che Milano adottò.

Da Brera è arrivato il bacio più celebre: veste azzurra per lei, gesto furtivo di lui, è la tela donata alla Pinacoteca dal conte Alfonso Maria Visconti di Saliceto. Appartengono oggi a privati, fra Lombardia e New York, gli altri baci sbarcati a Milano. Nel primo, del 1867, un velo bianco cade di mano a lei nel tourbillon del momento; nel secondo, del 1861, lei sfoggia un bianco satin, o come meglio disse Carlo Carrà: «è vestita di latta». Il mistero sta nella potenza espressiva di quel volto nascosto, quasi annegato nel gesto. Per vedere però come Hayez interpretava un bacio «frontale» basta fare pochi passi ed ecco la tela del 1823 che arriva da villa Carlotta di Tremezzo con cui Hayez immortala l'ultimo bacio fra Romeo e Giulietta.

La metafora fotografica è d'obbligo per raccontare l'intensità degli sguardi, l'importanza dell'istante, fra Neoclassicismo e Romanticismo. Va così nei quadri ad argomento biblico come il celebre Betsabea al bagno , la ritrovi in quelli di tema storico come Maria Stuarda al patibolo che, con un solo gesto sembra consolare chi piange per lei. Due tele colpiscono perché potrebbero accompagnare le notizie di cronaca: sono Naufragio in Grecia e I Profughi di Parga . E poi ci sono loro, le donne di Hayez, a descrivere la varietà dei sentimenti umani. Le tele hanno titoli eloquenti: Meditazione , Un pensiero malinconico , Accusa segreta o l'inquietante Consiglio alla vendetta con due dame in nero a scambiarsi chissà quali propositi.

I ritratti sono il suo marchio di fabbrica: c'è il celebre Manzoni , e la contessa e amica Barbiano di Belgioso. Il percorso alterna tele ad autoritratti anche se Hayez amava soprattutto infilarsi nei suoi quadri, dipingendosi mischiato ai personaggi nelle scene corali. L'ultima sala della mostra è una sorpresa: raccoglie, per la prima volta in pubblico, le 10 lunette che Hayez dipinse nel 1819 per Palazzo Ducale a Venezia, oggi restaurate grazie alla collaborazione fra la Serenissima e le Gallerie, oltre a Louis Vitton. Milano riscopre così una «Hayez mania», piacevole e raffinata: Expo si è chiusa con un flash mob di baci sul Decumano. Brera, «orfana» del suo bacio sta per riaprire - da sabato 14 - il laboratorio dell'Accademia dove il pittore imparava da Canova, mentre alle Gallerie una rassegna cinematografica - al via domani con Senso di Luchino Visconti - celebra il tema del bacio in celluloide.