I grandi vecchi e Pisapia Il gelo dei potenti delusi

La «lobby del 51%» prima ha sostenuto gli arancioni poi li ha mollati quando ha capito cosa volevano E ora si sente piantata in asso dal ritiro del sindaco

di Carlo Maria Lomartire

La delusione, se non proprio la frustrazione, è evidente. E non tanto nel Pd, giacché ai dem di ogni confessione l'annuncio del sindaco che rinuncia a ricandidarsi con un addio a termine, risolve qualche problema - sebbene forse con troppo anticipo. No, la costernazione mista a irritazione e dispetto è palese fra gli attempati guru, i celebrati soloni per ogni stagione che hanno promosso, sostenuto e spinto la candidatura di Giuliano Pisapia. Ve lo ricordate il «Gruppo di iniziativa per il 51%»? Era la lobby dei Marco Vitale, Piero Bassetti, Valerio Onida, Piero Schlesinger, Piergaetano Marchetti, Luca Beltrami Gadola, Filippo Ranci, Guido Martinotti e chi più ne ha più ne metta di economisti, docenti universitari, manager e banchieri rovistando nei soliti consunti carnet dell'alta borghesia milanese - naturalmente coltissima, intelligentissima, spesso ricchissima e tanto tanto democratica.

Dopo essere stati i primi a criticarlo ora si sentono piantati in asso dal loro campione per il quale tanto si erano impegnati, hanno la sgradevole sensazione di aver fatto molta fatica per nulla. Lo si percepisce chiaramente nei giudizi che in questi giorni danno dell'operato di Pisapia: un bravo ragazzo, onestissimo, e correttissimo. Tutto qui? Be', sì. Ma subito dopo aggiungono che non ha dato l'impressione di avere una «visione strategica», una «prospettiva di crescita» della città. Pisapia – dice ad esempio Vitale - ha liberato Milano dalla «cappa dell'affarismo» con una «condotta moralmente accettabile» ma non ha saputo esprimere «un progetto di sviluppo». Stessa musica da Piero Bassetti. Sintomi di una delusione che non si vuole esprimere. Ma a questi signori verrebbe da chiedere cosa mai giustifichi questa loro disillusione. Cosa li autorizzasse a pensare che la giunta arancione avesse una «visione strategica», un «progetto di sviluppo» della città. Forse non avevano studiato il programma elettorale di Pisapia, non avevano preso in considerazione l'armamentario ideologico messo insieme dalla tante componenti della sua maggioranza e ben rappresentato, ad esempio, dai 5 referendum radical-ambientalisti di «MilanoSìMuove», vero manifesto politico per la nuova maggioranza. Se l'avessero fatto, si sarebbero accorti che, in sostanza, si trattava solo di una serie di «no», a cominciare dal più clamoroso e imperativo, quel «No Expo!» al quale Pisapia non ha voluto o potuto obbedire. D'altra parte l'attività della sua giunta è iniziata con un colossale, lunghissimo e costosissimo «no», al Pgt, il piano di governo del territorio, insomma il piano regolatore lasciato in eredità dalla giunta Moratti. Tutto il primo anno di lavoro della maggioranza arancione è stato impiegato per cambiarlo e a stravolgerlo completamente, infliggendo al comune un costosissimo danno erariale rappresentato dagli oneri di urbanizzazione ai quali si rinunciava in nome di una visione minimalista di Milano, proprio a ridosso della nascita della città metropolitana). Come potevano i soloni del «51%» pensare che questa gente avesse una «visione strategica», un “programma di sviluppo” della città che non riescono neppure a pensare come metropoli?

La verità è che essi stessi condividevano quel programma riduttivo e quella compunta e provinciale rappresentazione di Milano, come se si trattasse di una grande Parma. Perciò adesso non hanno il diritto di mostrarsi delusi, perché Pisapia ha fatto esattamente quello che era lecito aspettarsi da lui. Tranne l'annuncio, tanto in anticipo, di non avere intenzione di ricandidarsi, e forse è questo che i soloni non gli perdonano.