I segreti di Leone Lodi lo scultore "fascista" che decorava Milano

A Soresina un'interessante retrospettiva sull'artista Dal '20 ebbe commesse per i maggiori edifici pubblici

Gli altorilievi per Palazzo Mezzanotte a piazza Affari

Il periodo tra le due guerre è senza dubbio quello che, più di tutti, ha lasciato un segno sull'architettura e l'arte della nostra città. Il «ritorno all'ordine» teorizzato da Margherita Sarfatti e per troppo tempo bollato semplicisticamente come «arte fascista», mostra ancora oggi tutto il suo fascino nelle piazze, sulle facciate e negli interni degli edifici pubblici che videro gli interventi monumentali di Mario Sironi, Arturo Martini, Adolfo Wildt e molti altri. Tra questi, pur meno blasonato, un ruolo importante appartenne allo scultore Leone Lodi, nativo di Soresina (Cr), a cui proprio la città natale dedica in questi giorni un'importante retrospettiva a cura di Chiara Gatti. Una mostra, quella ospitata nella Sala del Podestà e nelle Sale Comunali, che segue quelle della Triennale di Milano e di Palazzo Isimbardi. Le opere di Lodi appartengono a quell'immaginario collettivo che fa parte del bagaglio di ogni passante milanese, dal momento che i suoi numerosi interventi scultorei costellano alcuni tra i maggiori edifici della città: dagli altorilievi del palazzo della Borsa (Palazzo Mezzanotte), ai bassorilievi dell'Univesità Bocconi, al Leone di San Marco delle Assicurazioni Generali in piazza Mercanti, ai bassorilievi di Palazzo di Giustizia che fanno da contraltare ai mosaici di Mario Sironi.
La mostra di Soresina offre un raro spaccato dell'universo intimo e creativo di un artista a cui Milano deve molto, ma di cui probabilmente non conosce la produzione segreta di ritratti, figure religiose e scene mitiche. Esposte in tutto una quarantina di opere tra gessi, marmi e bronzi, alcuni inediti, che fanno parte del suo percorso artistico dagli albori alla fine, e tra cui figura anche un prezioso nucleo di disegni.
«Così come Wildt dichiarò che l'opera d'arte non è per gli occhi ma per l'anima - scrive Chiara Gatti- così Lodi, negli anni della maturità confessò: vorrei potermi estraniare da questa vita materiale per dedicarmi interamente a una vita interiore nella quale solo trovo me stesso e nella forma maggiormente tesa verso un ideale che trascende l'umano». Eppure, malgrado quella che potrebbe apparire un'abiura verso il suo passato pubblico (ma Lodi non aderì mai pubblicamente al Fascismo), fu probabilmente proprio il lato più lirico e metafisico dell'«allievo» di Wildt ad attirare l'amicizia e le commesse dei maggiori architetti che operarono a Milano in quegli anni: come Agnoldomenico Pica, Marcello Piacentini, Paolo Mezzanotte, Giuseppe Pagano Giulio Minoletti e Eugenio Faludi; «oltre alla stima - sottolinea la Gatti - del collega Mario Sironi che coordinò assieme a Gio Ponti, i cantieri delle Triennali a partire dal '33 e che trovò in lui un collaboratore importante».
E Leone Lodi rappresentò in pieno quella rivoluzione artistica nazionalpopolare che fondeva come in un unicum scultura e architettura, figure e spazio, in un percorso ideale tra gli edifici più rappresentativi delle città italiane, come i tribunali, i palazzi delle poste, delle università.
Le pose dei suoi soggetti, figli del mito oppure nudi essenziali e algidi, gli valsero dalla fine degli anni '20 le prime commissioni di sculture destinate ai palazzi del centro di Milano come il palazzo di via Meravigli 3 o quello di via Caradosso 16; anche se l'apice è segnato dalla statuaria monumentale per il palazzo della Borsa di Paolo Mezzanotte, ovvero gli altorilevi «La terra» e «Il fuoco» e i gruppi «L'aria e L'acqua», collocati rispettivamente alla base e alla sommità delle colonne centrali. Poi arrivò Cattelan.