I segreti di «Lodo», l'architetto di Milano

In tanti si sono chiesti chi ha fatto il primo schizzo della Torre Velasca o chi ha avuto la prima idea per la collocazione museale della Pietà Rondanini al Castello Sforzesco e il nuovo allestimento o anche il grande edificio avveniristico in piazza Meda in ferro e vetro. Lodo, diminutivo di Ludovico Belgiojoso venica chiamato «la poltrona», attribuendogli le pensate e le relazioni con i clienti. Aurel era «la matita» che traduceva subito le idee in disegni; Giangio (Gianluigi) era «la ricerca» e Ernesto era «la parola» a testimonianza della sua cultura apprezzata in tutto il mondo. Ma quando i quattro soci dello Studio BBPR, Banfi, Peressutti, Belgiojoso e Nathan Rogers si relazionavano per fare partire un progetto, allora diventavano una cosa sola: vestiti elegantemente indossavano per l'occasione un camice bianco e chini sui banchi di lavoro a fare calcoli e prospetti. In occasione del centenario della nascita di Ludovico Barbiano di Belgiojoso, figura di spicco di tutto il Novecento italiano e ultimo rappresentante dello Studio milanese, Skira ha pubblicato un volume «Ludovico Belgiojoso architetto 1909-2004. La ricerca di un'Italia “altra”», (pagine 210-Euro 29) a cura di Guya Bertelli e Marco Ghiotti, entrambi milanesi insegnanti di composizione architettonica e progettazione al Politecnico.
Belgiojoso ha fatto parte a pieno titolo della società civile del suo tempo senza cedere al conformismo dimostrando anche un'autonomia di pensiero che gli permetterà negli anni della Seconda guerra mondiale di fare del suo studio un centro di innovazione di critica culturale e ideologica. La caduta del fascismo richiamerà tutti alle proprie responsabilità e Lodo affronterà il campo di concentramento tedesco e la prigionia. Non è un caso che lo studio BBPR fondato nel 1932 in via Del Chiostro con Banfi, Peressetti e Rogers fosse «volto alla ricerca di un'altra Italia» dove l'esistenza si scontrava con «le dubbie verità del Paese tradizionalista e razzista». La deportazione in Germania è documentata da una toccante raccolta di scritti e di disegni che sono già stati oggetto di una mostra. «Era un uomo dolcissimo affettuoso, era sempre nel nostro studio, raccontava spesso le esperienze terribili del campo di concentramento, anche quando una volta salvò la vita ad un compagno che voleva farla finita, suggerendogli un modo dignitoso di sopravvivenza e per avere rispetto di se stesso usando una metafora di cucirsi il bottone della giubba. Tra i suoi libri mi ricordo “Non mi avrete” che racconta lo sforzo della sopravvivenza, una frase che soleva ripetere a se stesso quando sentiva di non farcela più. Le Triennali del '33, del '36…le fece con il Gruppo della Scuola Milanese composto da mio padre Franco Albini, Ignazio Gardella, Giancarlo De Carlo..», racconta Marco Albini.
Il contributo di Belgiojoso anche nell'ambito professionale ha contrassegnato un modo di pensare l'architettura come una continua elaborazione culturale realizzata attraverso un reciproco confronto tra i membri dello studio. Così facendo, questi grandi maestri hanno portato l'architettura italiana nel mondo insieme a Franco Albini, Franca Helg, Piero Bottoni….In principio si erano raccolti tutti a Venezia (perché a Milano era stato procluso ad alcuni l'insegnamento) intorno al rettore dello IUAV, Giuseppe Samonà. Vi era Scarpa, Albini, Gardella, Picconato, Tafuri….e nella città lagunare nacquero le nuove sperimentazioni di linea e di sviluppo dell'architettura e dell'urbanistica. Belgiojoso e Rogers entrarono poi al Politecnico di Milano con Albini, arricchendo la cultura del progetto. Con Albini ristrutturarono e allestirono i musei di Palazzo Reale, mentre il Diocesano lo seguì Albini, ma la parte esterna sarebbe ancora da terminare e insieme crearono anche una collezione di ceramiche per Richard Ginori nonché arte applicata all'argento e il centro civico di Giussano (scuole, edifici, la piazza…; un sodalizio che si completò anche per il Castello Sforzesco perché la Pinacoteca fu realizzata dallo Studio Albini, mentre tutta la parte museale della raccolta del Castello fu di Belgiojoso. La Torre Velasca (1958), metà uffici e metà residenze, queste ultime furono collocate sulla cappella del cosiddetto «fungo»; il grattacielo che svettava con quello di Giò Ponti sulla Milano di allora, niente a che vedere con i nuovi «building» che nulla hanno a che fare con la città come Vittorio Gregotti non manca di ripetere. Con Giuseppe De Finetti, Lodo valorizza il tema delle risorse: «Milano, costruzione di una città» del 1947. Quando lo stesso presenta nel 1942 «La casa ideale» su invito della rivista Domus, migliaia di persone corsero a vedere il progetto e con il naso puntato all'insù. Tutto era sospeso in aria, case, scale, tetti riuniti da tiranti di ferro, un'«architettura leggera» come la chiameremmo oggi. Poi venne la volta del Quartiere Gratosoglio, la Casa Feltrineli, il Padiglione di Bruxelles, l'edificio di Corso Vittorio Emanuele, Palazzo Ponti di via Bigli nel 1950, Palazzo Venier dei Leoni nel 1951 a Venezia (ora Guggenheim), gli edifici dei Cavalieri di Santo Sepolcro in via Pontaccio e via dei Chiostri del 1968 sempre a Milano.
Aurel, Ernesto, Giangio e Lodo hanno condiviso la prima parte professionale partecipando ai Littoriali e a concorsi di architettura vari. Lodo e Giangio furono deportati, Ernesto si rifugiò in Svizzera e Aurel si nascose.
Alla fine della guerra Giangio non torna, ma lo studio continua anche in nome del quarto. Nella prefazione Guido Ballio ricorda di quei ragazzi appena ventenni che arrivarono al Politecnico a studiare; Lodo era di alta nobiltà, Giango apparteneva alla buona borghesia intellettuale milanese, Ariel senza radici e Ernesto triestino (madre austriaca e padre inglese) era un ebreo povero mantenuto negli studi da una zia. Tutti si distinsero in nome dell'innovazione unita alla tradizione.