Italia-Corea, ora la partita si gioca nell'arte

L'idea è di accorciare quei quasi 9mila chilometri che separano Milano da Seoul, l'Italia, dalla Corea del Sud. Se moda e design e pure la lirica ci hanno già provato facendo del nostro made in italy e, più in genere, della nostra «scuola» una delle più ambite materie di studio per i giovani sudcoreani, ora in campo scende anche la scultura. Grazie ad una mostra che da domani farà dialogare artisti coreani ed italiani al Museo della Permanente. A curarla sono Maria Mancini e Ko Chong Hee che hanno pensato anche un nome suggestivo: «The wolf and the tiger» esemplifica questo perenne «derby» dove il maestro ispira l'allievo e l'allievo spesso supera il maestro. L'idea è tutta qui: «La Corea è la tigre asiatica, e per l'Italia abbiamo scelto il lupo, uno degli animali più rappresentativi del nostro ecosistema». Un animale che si sta riprendendo il territorio «due animali dominanti», aggiunge Mancini che ha selezionato 25 opere italiane ed altrettanti coreani da far dialogare «non secondo canoni tradizionali di cronologia e temi, ma con accostamenti poetici che mettono al centro spazio, tempo, energia, gravità». Gli artisti abbracciano l'ultimo secolo: per «noi» ci sono, fra gli altri, big come Lucio Fontana, Arnaldo Pomodoro e Andrea Cascella. La Corea presenta una formazione che unisce colonne portanti della tradizione come Nam June Paik (1932-2006) e Lee Ufan a più giovani sperimentatori. Già, è la sperimentazione che fa la differenza e che fa vincere al Belpaese questa partita d'arte sul piano della tradizione e della varietà delle scuole di pensiero. «Possiamo dire - spiega Mancini - che la Corea del sud si sia messa a correre dagli Anni 80». E in parte ci abbia superato quanto a nuove tecnologie espressive e multimedialità. Ne sa qualcosa chi, per esempio, abbia visitato il padiglione sudcoreano ad Expo dove, accanto agli otri antichi dove si conservavano i semi, un robot spiega come avvengono oggi riti di coltivazione ancora tradizionali. Insomma al cavolo fermentato proviamo a rispondere con una caprese, ma l'arte poi riporta tutto su un piano più alto e ampio di «tradizione rivisitata», partendo da un minimo comun denominatore: gli italiani in mostra sono stati ispiratori per quelli coreani, mentre i coreani hanno una formazione che li ha portati spesso in Italia, in un percorso che oggi prosegue insieme.