L'"Orlando" si infuria tra i cavalli di Paladino

Un monologo tratto dall'opera dell'Ariosto e recitato tra le sculture dell'artista italiano

Leopardi sentenziava, nelle «Operette morali», che gli scrittori grandi «hanno per destino di condurre una vita simile alla morte, e vivere, se pur l'ottengono, dopo secoli». Non è stato il caso di Ludovico Ariosto, grande quant'altri mai, che il suo tempo (il Cinquecento) lo visse intensamente, con la penna, alla corte estense, con le donne, con il teatro. Per questa vitalità che attraversa i secoli, Ariosto è nostro contemporaneo.

Lo dimostra Stefano Accorsi, in scena al Franco Parenti («Giocando con Orlando-Assolo», dal 12 al 17 febbraio) con il monologo diretto da Marco Baliani e recitato tra i colossali cavalli dell'artista Mimmo Paladino. «Una grande cavalcata, bella e faticosa», dice l'attore bolognese, nome d'oro di cinema e televisione. «Narro e divento almeno trenta personaggi».

L'idea di portare Orlando in scena mi è venuta dopo una lettura di pagine del poema cavalleresco, che mi furono chieste qualche anno fa per l'Auditorium del Louvre, a Parigi. Avevo ricordi vaghi dell'Ariosto, letto al liceo. Marco Baliani lo ha adattato, ha riscritto qualche verso, ha aggiunto rime per cucire i brani scelti. Un lavoro di grande rispetto del testo, ma con alcune libertà: non tutte le parole dell'epoca hanno superato i secoli».

Lo spettacolo al Parenti, una prima per Milano (la tournée nazionale è iniziata il 10 gennaio), è la terza e definitiva versione. «L'ho interpretato con un'attrice francese e, nella seconda versione, assieme a Baliani. Ma con l'assolo faccio tutto io. L'Orlando è stato il primo best seller europeo, tradotto in molte lingue. Ebbe grande successo non solo alla corte degli Estensi e in altri stati italiani. Per me è una sorta di soap opera ante litteram, un serial tv: Ariosto lo adattava agli umori del pubblico, nelle sue letture. Era bravo a tenere desta l'attenzione e a inserire ironia e sorprese nella trama».

L'opera dell'Ariosto, a partire da «L'Orlando furioso», è più nota che conosciuta. Chi l'ha letta, a parte l'infarinatura leggera della scuola? Chi conosce qualche verso oltre il folgorante inizio, manifesto pubblicitario di ciò che si leggerà avanti (Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori, le cortesie, l'audaci imprese io canto)?

«Ma il pubblico è felice di ritrovarsi davanti all'energia di un classico che ha contribuito alla nostra identità, dice il «cavalier narrante» Accorsi. «A Milano portai lo spettacolo all'Elfo Puccini, nella versione precedente. Questa è una città accogliente, dove i teatri non hanno pubblici occasionali. Il teatro è una nicchia di cultura e continuità. Se in Italia ci fosse un sistema più protettivo, come succede in Francia, le cose andrebbero ancora meglio. Inventiva e capacità non ci mancano, non siamo secondi a nessuno».

Rivedremo Accorsi al cinema il 18 aprile, quando uscirà il film «Il campione», di Leonardo D'Agostini, una storia di amicizia nel mondo del calcio, non molto frequentato dal grande schermo. Poi tornerà in «1994», terzo capitolo della serie televisiva su Tangentopoli.