L'ACCUSALe regole ci sono e vanno rispettate

Quest'anno in bici ho fatto quasi tremila chilometri. Nel Parco Sud, in Germania sulle strade della Baviera, in Molise, sugli sterrati del Tirolo, con la bici da corsa e in mountainbike. Pedalo quindi e non ce l'ho con i ciclisti. Ma sono «ciclista dissociato» perché, soprattutto in città, in molti atteggiamenti non mi ci ritrovo. Molti di quelli che vanno in bicicletta sono straconvinti di poter fare ciò che vogliono e spesso lo fanno anche con una certa arroganza. C'è un diffuso, fastidioso senso di impunità. Via col rosso, sulle strisce pedonali, in contromano, sul marciapiede, senza casco, senza luci e si potrebbe continuare. Perché? La risposte sono le più svariate ma la sintesi che autorizzerebbe il più completo disprezzo delle regole è che non essendoci piste ciclabili uno si arrangia. Chi si è mai trovato a pedalare all'estero sa perfettamente che tra bici, auto e moto non c'è nessuna differenza. Tutti rispettano regole, semafori e cartelli. Tutti prendono le multe se sbagliano. Provate a ad andare contromano a Bruxelles o ad Amsterdam. Provate a bruciare un rosso, a legare la vostra bici sugli archetti che servono per lasciare spazio agli handiccappati sui merciapiedi. Provate a pedalare sui marciapiedi. Non saranno i vigili a fulminarvi con un verbale ma gli stessi ciclisti perchè lì nessuno sgarra. È un fatto di cultura e di rispetto per i pedoni ma anche di chi guida. Molti ciclisti si difendono dicendo che nelle città italiane manca un cultura ciclabile. Vero. Non c'è. Ma non c'è neppure in molti ciclisti. Il fatto di muoversi su un mezzo meraviglioso che non inquina, che non fa rumore, che fa bene alle gambe, al cuore e all'umore non dà diritto di sentirsi impuniti.