L'arte sensuale e dannata dei Simbolisti

In una grande mostra il movimento che nel '900 contagiò tutta Europa

Francesca AmèTalvolta in arte i numeri non sono secondari: «Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Epoque alla Grande Guerra» (fino al 5 giugno a Palazzo Reale, www.palazzorealemilano.it) si estende per duemila metri quadrati e lungo ventiquattro sale, presenta oltre cinquanta artisti e centotrentatré opere tra dipinti, sculture, installazioni e grafiche. Multiforme, sfuggente, complesso: come si fa a condensare il Simbolismo? I curatori Fernando Mazzocca e Claudia Zevi hanno declinato in diciotto sessioni le tante anime di un movimento artistico che con i due poli propulsivi a Parigi, complice la pubblicazione dei «Fiori del Male» del poeta decadente Charles Baudelaire, e lungo l'asse Monaco-Vienna nutrito dalla filosofia di Schopenhauer e Nietzsche decise di marcare il passaggio tra l'Otto e il Novecento con un drastico rifiuto del pensiero dominante. No alla «religione» positivista, al naturalismo, al verismo, sì all'intuizione, alla soggettività, all'introspezione sulle orme di Sigmund Freud. Così, paradossalmente, ciò che rende il Simbolismo contemporaneo ai nostri occhi è proprio il rifiuto del pensiero moderno per seguire altre e più tortuose strade. In mezza Europa i simbolisti osano fantasticare su un mondo mitico popolato da eroi del passato e, con buona pace dei borghesi, mettono su tela i loro sogni più turpi, le loro pulsioni, i loro segreti. In un'esposizione coinvolgente, scandita alle pareti dai versi di Baudelaire, ci si accosta a un'arte che, in Francia, pretende di andare sempre «al di là delle apparenze» (magistrali, a questo proposito le grafiche di Odillon Redon) e nel Nord Europa esplora nuove forme e tecniche. Si prenda ad esempio uno dei quadri- icona della mostra prodotta da Palazzo Reale con 24 Ore Cultura e Artemisia Group: «Carezze (L'arte)», enigmatico dipinto di Fernard Khnopff che ritrae l'artista con la sorella quale donna-ghepardo di ineffabile bellezza. Originali anche le grafiche di Klinger o, in tema di sperimentazione, l'inquietante opera di Ferdinand Hodler, «L'eletto». Accanto a questi capisaldi del Simbolismo europeo, tutte opere per la prima volta presentate in Italia, le rappresentazioni mitiche di Jean Delville, le raffinate visioni di Böcklin, la pittura vitale di Hodler e quella, piatta e colorata, dei pittori Nabis. Il merito della mostra st sta nell'aver costruito un efficace confronto tra le espressioni europee e quanto accadeva, in quegli stessi anni, in Italia. A Milano c'erano i divisionisti Previati e Segantini, a Roma e a Venezia la vitalità di D'Annunzio stimolava talenti come quello di Sartorio. Ci sono firme come Galileo Chini, raffinato decoratore, e nomi meno noti ma di pari fascino come Luigi Bonazza, il «Klimt italiano», l'inquieto Leo Putz, il soave Vittorio Zecchin che chiude, in un'atmosfera da «Mille e una notte», la mostra.