L'ex clinica degli orrori? Ora è ospedale di quartiere

La Città studi oltre gli scandali giudiziari Boom di ricoveri e aree di eccellenza

Maria Sorbi

Da clinica degli orrori a ospedale di quartiere. La ex clinica Santa Rita si lascia alle spalle il suo passato giudiziario, cerca di far dimenticare la storia delle cartelle cliniche truccate e delle operazioni inutili sugli anziani. E dà avvio a un restyling profondo per valorizzare l'attività dei suoi medici.

Un lavoro intenso che ha portato a registrare fino al mese di settembre 2015 ben 9.102 accessi al pronto soccorso: qualcosa in più rispetto all'Humanitas, poco meno rispetto al San Raffaele. Chiamiamola arte di far dimenticare.

L'istituto clinico Città Studi, con il nuovo nome si è lasciato ormai alle spalle la vecchia «Casa di Cura Santa Rita» e la tormentata vicenda giudiziaria che il 9 giugno 2008 portò all'arresto del primario Paolo Brega Massone, condannato in appello all'ergastolo il 20 dicembre scorso. «Un'errata valutazione delle responsabilità - spiega Antonio Lanzetta, attuale direttore generale - aveva messo sullo stesso piano le responsabilità del singolo professionista con quelle dell'ospedale. Una valutazione che rischiava di far perdere, ingiustamente, credibilità a tutti i professionisti che operano nella struttura sanitaria, che ha in organico 834 persone, di cui 238 medici, 466 operatori sanitari e 130 amministrativi». «E in questi 8 anni - continua - abbiamo lavorato per fornire agli abitanti della zona Città Studi un servizio di alto livello qualitativo, che ci ha gratificato con l'apprezzamento dei nostri pazienti».

A raccontare l'operazione di rilancio della clinica sono i numeri: nel corso del 2015 si sono rivolte all'istituto 300mila persone e i ricoveri, nei 268 letti, sono stati 12mila. «Abbiamo anche superato tutti i controlli - racconta, fiero, Lanzetta - sia quelli dei carabinieri sia quelli della Regione Lombardia». Un dato per tutti, quello sugli esiti da ictus presso la stroke unit: mortalità a 30 giorni pari al 5,7%, con un rischio relativo pari al 50% della media nazionale e del 30% in meno rispetto alla media lombarda. Risultato ottenuto accorciando di 30 minuti dal 2014 a oggi i tempi del percorso intraospedaliero, riducendo i tempi di trasporto in Tac e da qui alla trombolisi.

«I nostri pazienti - precisa il direttore sanitario Pasquale Ferrante - riflettono l'epidemiologia del quartiere: molti anziani ricorrono a noi, specie d'inverno, per patologie respiratorie, renali. Ma abbiamo altre aree di eccellenza: dalla cardiologia (con emodinamica e aritmologia) alla fecondazione medicalmente assistita, alla chirurgia bariatrica, ortopedia e traumatologia». Fra gli ultimi investimenti, il sistema informatizzato di prescrizione e somministrazione farmaci».