La lezione di Untersteiner Tra fascismo e '68 sempre dall'altra parte

Intitolata al filosofo un'aula del liceo Berchet Proscritto dal Duce, si dimise contro il 18 politico

E ra un uomo tutto d'un pezzo, Mario Untersteiner: e chissà quanto pesassero nella integrità di questo uomo gracile e dagli occhiali spessi gli anni della formazione, nel Trentino allora austriaco; o la filosofia, il sapere illimitato, o semplicemente l'amore. Quell'amore di cui parla l'apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi, che Untersteiner lesse agli studenti del Berchet alla fine dell'anno scolastico 1939/40; e lo stesso amore di cui Untesteiner avrebbe voluto parlare, quasi trent'anni più tardi, nel suo discorso d'addio alla Statale. «Quando si spezza la pianta dell'amore, non si riesce più a farla rinverdire», voleva dire a quegli studenti che non riusciva più a riconoscere come suoi. Ma quell'ultima lezione non potè tenerla. Nell'università in preda ad un delirio collettivo, per Untersteiner non c'era più posto: per il suo rigore, per la sua severità, e menchemeno per la sua inesorabile razionalità.

Questa mattina, in via Commenda, l'aula magna del liceo Berchet viene intitolata a Mario Untersteiner, omaggio doveroso all'uomo che vi aveva insegnato dal 1926, e che nel 1945 ne era stato designato preside su decisione del Comitato di liberazione nazionale. Lo scelsero per il semplice motivo che era stato l'unico, di tutti i docenti, a non prendere la tessera del partito fascista, nonostante che già nel maggio 1931 il Duce, in un telegramma al ministro dell'educazione nazionale, lo avesse messo nella lista di proscrizione: «E' urgente ripulire liceo "Berchet" da tutti i professori antifascisti tipo Mondolfo, Ghisalberti, Huntersteiner. Vostra Eccellenza riceverà in proposito un grave dettagliato rapporto della PS. Benito Mussolini».

Anni dopo, conversando con Oreste Del Buono, Untersteiner disse: «Non ho mai avuto la tragica tessera per non averla mai chiesta. Precisazione necessaria perché ci sono state persone che, a Liberazione avvenuta, si sono vantate di non possedere la tessera per la semplice ragione che ne erano state private dai fascisti, che si divertivano ogni tanto a togliere la tessera a chi avevano avvilito». E chissà se tra questi antifascisti dell'ultima ora c'era anche il collega che lo aveva denunciato.

Il ricordo di Del Buono è del 25 agosto 1981, sulla Stampa, a venti giorni dalla morte di Untersteiner: e contiene un falso che è grave e significativo. «Nel 1968 si era ritirato dall'attività didattica», scrive il giornalista: «l'indebolimento della vista non gli permetteva più di lavorare». É vero che il professore avesse la vista malconcia, e che sarebbe divenuto progressivamente cieco. Ma nel 1968, quando si dimise dalla cattedra di Filosofia antica alla Statale, Untersteiner era ancora nel pieno delle forze mentali. E le sue dimissioni furono un gesto di ribellione contro la follia che si era impadronita dell'università, all'ondata sessantottina che aveva imposto gli esami colletivi, il diciotto politico, le lezioni di maoismo al posto di Pindaro. Era, la Statale degli anni Sessanta, un luogo di eccellenza, e fa quasi impressione leggere i nomi di coloro che si trovarono a insegnare nella facoltà di Lettere e filosofia: da Mario Fubini a Mario Dal Prà, da Cesare Musatti a Lodovico Geymonat. Nel giro di pochi mesi, su quel coacervo di saperi si abbatté una furia demolitrice senza precedenti.

Untersteiner non era uomo di desta. Si era anche candidato alle elezioni amministrative nelle liste del Psiup: ma nel 1967 aveva abbandonato il partito in piena polemica verso la linea antisraeliana (che per lui altro non era che, in sostanza, antisemita) scelta nel corso della guerra dei Sei Giorni tra lo stato ebraico e i paesi arabi. Di una parte delle rivendicazioni degli studenti universitari condivideva le ragioni. Ma a risultargli intollerabile fu la inconsistenza culturale del movimento studentesco, unito alla brutalità dei suoi metodi: che arrivarono persino a prenderlo di mira fisicamente.

Di fronte alle pretese egemoniche dei contestatori, l'atto di ribellione di Untersteiner fu tanto isolato quanto lo era stato, quarant'anni prima, il suo rifiuto di iscriversi al Partito nazionale fascista. Avrebbe avuto diritto alla cattedra fino ai 75 anni; se ne andò che non ne aveva neppure settanta. La tempra morale, il rifiuto dei compromessi che gli aveva reso impossibile adeguarsi al fascismo gli resero altrettanto inaccettabile flirtare con i contestatori, accomodarsi come facevano in molti. Nelle sue lettere, per il conformismo dei suoi colleghi ebbe parole terribili.

Ricorda uno dei suoi successori, che lo conobbe bene in quegli anni: «Era un uomo squisito, gentile, ironico e di una erudizione sconfinata». Oggi è quasi straziante rileggere il suo epistolario: e confrontare le lettere degli anni Trenta, che trasudavano affetto per i suoi studenti del Berchet, cui pure imponeva carichi oggi impensabili; con la disillusione che trasuda dalle lettere degli anni Sessanta, davanti a studenti cui il suo immenso sapere sembra improvvisamente divenuto estraneo ed irrilevante. Il faut tenter de vivre , amava dire citando Paul Valery. Ma negli ultimi anni, per lui vivere deve essere stato terribilmente difficile.

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