«L'odio ha colpito i cuori di tutti ma pace non significa ingenuità»

Il vicario episcopale e lo storico abbraccio coi «fratelli ebrei» «Riflettiamo sul significato della religione in questa Milano»

Monsignor Luca Bressan, vicario episcopale della Diocesi, come nasce la visita del cardinale Scola in sinagoga il prossimo 17 gennaio?

«La visita nasce all'interno dei rapporti di stima tra il Rabbinato di Milano e la Diocesi, che si sono intensificati anche perché il rabbino Laras fa parte del comitato scientifico sui Dialoghi di vita buona. Insieme si rifletterà su che cosa significa avere un'anima religiosa in questa Milano che sta cambiando».

L'incontro cade in un momento difficile per la pace, una settimana dopo l'attentato a Gerusalemme, città con cui Milano ha un legame speciale, intensificato ai tempi del cardinal Martini.

«Non è secondario che tutti puntiamo a Gerusalemme. La visita in sinagoga è un momento di incontro comune per la pace. Ne abbiamo tutti bisogno».

L'Isis è una minaccia comune per ebrei e cristiani, sentita anche a Milano. Come difendersi?

«La via è un appello a tutti gli uomini di buona volontà. Anche il mondo musulmano deve sentirsi interrogato. Gerusalemme è un laboratorio per questo: quando ci sarà pace a Gerusalemme, ci sarà modo di avere pace. Tutti lì piangono un morto, l'odio ha bagnato ogni cuore».

Come si può credere nella pace in un mondo che sembra precipitare sempre più nella violenza?

«L'idea è nata dal dialogo culturale perché seminare pace è necessario anche a Milano, prima di tutto nelle nostre famiglie. Innanzitutto noi, dove siamo, dobbiamo essere operatori di pace».

Il cardinale Scola ha chiesto di non cedere alla paura. Ma come riuscirci, visto che nonostante tutto agita i cuori anche di chi cerca di combatterla?

«L'operatore di pace non può essere un ingenuo, è chi è capace di maturare fino a portare le paure degli altri. Intercedere è stare in mezzo. I cristiani devono camminare dentro i conflitti per portare una logica diversa, che può sembrare anche stupida in un mondo così diverso».

Questo è un punto che divide i cristiani dai «fratelli maggiori» ebrei, per usare un'espressione di Giovanni Paolo II?

«Noi porteremo questa posizione, ma questo non significa non difendere gli inermi. Il non violento, dice il Papa, è colui che ha il coraggio di entrare in un conflitto usando strumenti leciti per difendere i più deboli».

Anche la violenza?

«Non la violenza, la logica cristiana deve essere molto diversa».

Non è facile da capire nemmeno per i cristiani...

«A me sembra che sia facile da capire ma difficile da vivere, perché si intuisce che si rimane feriti nel portare le ferite degli altri. È la logica di Gesù. Quando il Papa dice che è la pace a essere santa e non la guerra, intende dire questo: è la logica ad essere diversa».

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