L'ora di Klimt, il mito in 20 opere

Antologica del maestro viennese in collaborazione col Belvedere. Esposto anche il celebre "Fregio di Beethoven"

Solo ad Alfred Weidinger, vicedirettore del Belvedere di Vienna, è concesso dire: «Gustav Klimt in fondo non fu un pittore, ma uno uomo del mestiere, capace di legare un libro, riconoscere le diverse forme di oro, modellare i materiali e plasmare pietre». E questa è, alla fine, la scoperta più interessante della mostra che apre oggi a Palazzo Reale: alle origini del mito di Klimt c'è il credere nell'arte come opera totale, come creazione artigianale. «Klimt. Alle origini del mito» (fino al 13 luglio, www.klimtmilano.it), prodotta da Palazzo Reale, 24Ore Cultura e Arthemisia e sotto la curatela di Alfred Weidinger e Eva di Stefano, guida il visitatore in un percorso il cui fulcro – anche per l'impatto sonoro, con il sottofondo della Nona sinfonia di Beethoven – è il celeberrimo «Fregio di Beethoven» esposto nel 1902 a Vienna per commemorare il compositore. Siamo nel pieno dell' «arte totale» teorizzata dagli artisti della Secessione ed è l'anno della svolta per lo stesso Klimt che dopo la morte del padre e del fratello non toccava un pennello da tre anni. Quando torna a esprimersi, lo fa in un modo che contempla pittura, architettura, decoro. Attorno a questa sala, ricostruita con rigore, si gioca il pre e il post della sua carriera artistica.
Il prima, ovvero «le origini del mito», ci mostra il figlio di un umile orafo che frequenta la scuola di arti applicate. Sono anni fondamentali per la formazione di Gustav: fonda con il fratello Ernst e con Hans Makart la Compagnia degli Artisti. Vienna è in fermento e il Ring della città va rinnovato: tanti giovani talenti collaborano a questa rinascita. Febbrile la loro produzione di quel periodo, di cui in mostra sono esposti dipinti, disegni e bozzetti del gruppo. L'arte abbandona l'accademia paludata dell'Ottocento e cerca nuove strade: Klimt sperimenta soprattutto nel ritratto e nel paesaggio, i suoi generi preferiti. Notevole la serie di ritratti femminili, che testimoniano il complesso rapporto tra l'artista e le donne (una su tutte, Emilie Flöge, cui fu legato da un'amicizia o amore mai troppo esplicitato): le creature di Klimt sono sofisticate, nevrotiche, dalla pelle di vetro e gli occhi ardenti come la celeberrima «Salomé» del 1901 che emerge da un puzzle di stoffe. Seguiamo poi l'evoluzione di Klimt nella rappresentazione della natura non dipinta al modo degli Impressionisti, ma trasfigurata. «In mostra c'è il “Girasole' – commenta Agnes Husslein-Arco, direttrice del Belvedere di Vienna, che ha prestato l'opera – : è stato donato al nostro museo lo scorso anno e per la prima volta esce dall'Austria» . Dimentichiamoci i tormentati fiori gialli di Van Gogh, ritratti nella loro rovina: il fiore di Klimt, punteggiato di oro, è un inno mistico alla potenza della natura e un ritratto trasfigurato della donna amata. Tra i capolavori esposti, anche «La famiglia», «Fuochi fatui» e «Adamo ed Eva»¸ che chiude il percorso. Venti le opere firmate da Klimt in mostra (ma il catalogo, molto klimtiano nella sua foggia dorata, raccoglie l'opera omnia): poche? No, se si pensa che i lavori autentici del maestro, tra disegni e dipinti, sono solo un centinaio.