Un macchinone di troppo e la banda finisce al fresco

I «napoletani» svaligiavano i caveau delle banche. A tradirli il vigilantes complice: ha speso il bottino

Napoli, Torre del Greco, Aversa, Casalnuovo: basta scorrere i luoghi di origine degli imputati per capire che siamo di fronte alla reincarnazione di uno dei fenomeni più noti della malavita degli anni Settanta, le «bande dei napoletani», ovvero batterie di rapinatori che salivano dal sud al nord per il tempo strettamente necessario ad attaccare una banca e che, prima ancora del suono dell'allarme viaggiavano già sull'Autosole, destinazione casa. Però gli anni sono cambiati, la mala si è evoluta. E le imprese della banda somigliano a una sequenza di Ocean's Eleven, imprese ipertecnologiche a base più di hackeraggi che di mitra spianati.

Il prossimo 11 gennaio, sul banco degli imputati appariranno venti imputati per i quali il pm Marcello Musso ha chiesto e ottenuto il giudizio immediato. A rendere accidentato il cammino del processo, facendolo rimbalzare tra le procure di Torino, Lodi e Milano, è stata proprio la struttura della banda: una struttura magmatica, priva di basi o di punti di ritrovo. Al momento di colpire, si convergeva sull'obiettivo. Nel mirino, banche, caveau, istituti di trasporto valori.

Alla fine il processo si tiene a Milano perché qui c'era lo snodo cruciale dei colpi. Qui nella sede della All System, una delle più importanti aziende italiane di sicurezza privata, c'è la control room, la sala regia dove approdano le immagini e i segnali d'allarme. Ed è stato oscurando i segnali della control room che la banda è riuscita a mettere a segno indisturbata il più importante dei suoi colpi, lo svuotamento del caveau dell'Istituto San Paolo, a Torino, il 26 aprile di quest'anno. Quando la polizia arrivò nei sotterranei della banca, si trovò davanti la scena di un disastro: novecento cassette di sicurezza forzate e svuotate, centinaia di scatole e sacchetti ammucchiati. I banditi si erano aperti con calma la strada, partendo da una cantina in disuso e scavando un tunnel coperto da un quadro elettrico. E a permettere di agire indisturbati era stata la disattivazione dei sistemi di controllo a distanza nel cosiddetto «Keeper», la centrale operativa della All System. A manomettere il cervellone, due guardie giurate dipendenti della società, Alessandro Salemi e Maurizio Paesano, che avevano utilizzato le password di un ignaro collega. Dopo il colpo sul conto corrente del metronotte Salemi piombano, bonificati da una società di brokeraggio internazionale di diritto finlandese, 40mila euro. È la parcella per l'oscuramento degli allarmi, che Salemi (nonostante le raccomandazioni del capobanda Giuseppe Avagnano, che lo invitava a tenere un profilo basso) usa subito per comprarsi un auto nuova, richiamando così su di sé l'attenzione.

Nell'elenco che la banda si preparava a colpire, sono stati individuate dodici banche, tutte su Milano. Quanti altri colpi come quello del caveau torinese siano stati realizzati, impossibile saperlo. Ma a dimostrare l'arditezza, c'è anche un colpo fallito: l'assalto alla «sala conta» della Battistolli di Paderno Dugnano, il caveau dove approda il contante ritirato dai supermercati. Alla Battistolli erano ben tre le guardie giurate assoldate dalla banda: ma proprio la defezione di una di esse fece saltare il colpo all'ultimo minuto.