Medicina, scoppia la bufera sui test

Politici, rettori e studenti contro i quiz: «Non fanno selezione». Anche gli specializzandi sul piede di guerra

È guerra sui test di medicina. Sia quelli per le aspiranti matricole sia quelli per gli specializzandi. Impossibili e insensati i primi, da rivedere i secondi, magari aumentando il numero delle borse di studio.

A sollevare il problema sono politici, rettori, associazioni studentesche. E poi ci sono i numeri, che parlano più di ogni altra cosa e dicono che è ora di cambiare. Anche perché è una contraddizione rendere tanto difficile l'accesso agli studi quando poi nelle corsie mancano 4.200 medici.

Cominciamo dalle matricole. Mentre le istituzioni studiano proposte da presentare al governo, gli studenti hanno cominciato la via crucis dei test d'ingresso alle facoltà. Il primo dell'anno è stato quello del San Raffaele, il secondo sarà in Cattolica il 31 marzo. L'8 settembre ci sarà il «quizzone». E chi passerà rischia di entrare non negli atenei lombardi ma nelle graduatorie delle università statali di Napoli o Catania, dovendosi trasferire in fretta e furia.

«Il governo faccia in modo che le nostre università diano servizi adeguati, a cominciare dai giovani che non passano i test e che finiscono chissà dove» sprona l'assessore lombardo alla Salute Mario Mantovani durante il convegno di presentazione della riforma sanitaria di Forza Italia. «Come può una regione come la Lombardia - si chiede - con tutte le sue università, non accogliere tutti i nostri giovani?». L'assessore solleva anche la questione del metodo dei quiz: «Non basta un semplice test per fare una buona selezione - sostiene - le università trovino nuove modalità. Lo stesso discorso vale per le specialità. Alla fine i giovani perdono anni ed anni. Quando li facciamo lavorare?».

Qualche idea arriva dai privati. Il preside della facoltà di Medicina e Chirurgia dell'università Vita e Salute del San Raffaele, Massimo Clementi, ammette: «Non siamo soddisfatti del metodo usato per le selezioni - ammette - I quiz trascurano aspetti importanti. Ad esempio non ci dicono quanto un ragazzo è motivato a studiare medicina. Gli studi sono lunghi quindi per noi sarebbe importante saperlo. Bisognerebbe strutturare le selezioni in più prove: un quiz e un colloquio con test finale per valutare meglio i ragazzi».

Da rivedere anche il reclutamento degli specializzandi. I finanziamenti statali non permettono di assumerne tanti quanti ne servirebbero. Per colmare il gap «bisogna aumentare il numero delle borse di studio - sostiene Clementi - e rinnovare l'Osservatorio nazionale per valutare i reali fabbisogni delle regioni». Nel triennio 2014-2017 la Regione ha chiesto 1.584 specializzandi, ma sono stati concessi solo 744 posti (a cui il Pirellone ha aggiunto altre 35 borse di studio). Nel triennio precedente, a fronte di una richiesta di 1.277 posti, il Miur ne ha dati 699, integrati da 33 borse regionali. In sostanza il governo ha puntualmente dimezzato i numeri. La Regione sta studiando un nuovo piano per assicurare agli specializzandi un'assunzione con incarico predirigenziale e inserirli a pieno titolo nell'organico degli ospedali. Per ora però si tratta solo di un'ipotesi.