La messa di Scola per don Giussani «Fama di santità»

A 11 anni dalla morte in Duomo il cardinale chiede al movimento di evitare le liti sulla sua figura «No a narcisismo e autismo»

Sabrina CottoneÈ il 22 febbraio del 2005 quando don Giussani muore nella sua casa di Milano. Era nato a Desio nel 1922. A celebrare i funerali in Duomo arriva il cardinale Joseph Ratzinger, il futuro Benedetto XVI. Raccontava di don Giussani quel giorno Ratzinger, in una cattedrale piena in ogni angolo: «Ha capito che il cristianesimo non è un sistema intellettuale, un pacchetto di dogmi, un moralismo, ma che è un incontro, una storia di amore, è un avvenimento».Sono passati undici anni e l'«avvenimento» riempie come ogni febbraio il Duomo. Grande la folla di popolo nel ricordo di un uomo che ha segnato tante vite. C'è Julian Carron, il suo erede alla guida di Cl, il politico Raffaele Cattaneo, volti noti alla storia del movimento come Giorgio Vittadini e Giancarlo Cesana. È il cardinale Angelo Scola, che ha ricevuto la prima formazione in Cl, a celebrare la Messa, nell'undicesimo anno dalla morte di don Giussani e nel trentaquattresimo anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità, avvenuto l'11 febbraio del 1982. Il cardinale Scola invita a seguire don Giussani: «Nella vita della Fraternità ognuno è chiamato alla sequela del carisma che lo Spirito diede a don Giussani così come ci raggiunge oggi». Ma al contempo chiede di non attaccarsi a interpretazioni univoche della sua persona e della sua opera. A evitare i conflitti: «È opportuno evitare, da parte di tutti, una deleteria tentazione, sovente ripropostasi nella storia della Chiesa, degli ordini religiosi e dei diversi carismi. Nel necessario, continuo immedesimarsi all'esperienza e al pensiero del fondatore non bisogna cercare conferme per la propria interpretazione considerata, anche in buona fede, come l'unica adeguata. Questa posizione genera interminabili dialettiche e paralizzanti conflitti di interpretazione. È l'intreccio di obbedienza e libertà a spalancare alla missione».Nell'omelia il cardinale Scola mette in guardia da un «abitare il mondo» che si fa «sospettoso, ostile e spesso predatorio». Cita Papa Francesco nel ricordare la «vergogna» come elemento del sacramento della Riconciliazione: «Colui che si confessa è bene che si vergogni del peccato». E ancora: la vergogna è «il pertugio attraverso il quale Dio ricco di misericordia ci rimette in cammino». Insiste su un tema a lui caro, la lotta al narcisismo che è uno dei drammi del nostro oggi: «Il narcisismo è una cifra della cultura contemporanea... È un ripiegamento dell'io su se stesso che prescinde da ogni legame, nell'affannosa affermazione di sé». Di più: «Qualcuno mi ha fatto giustamente notare che il nostro è un narcisismo che raggiunge gli effetti dolorosi dell'autismo».Don Giussani è sepolto nel Famedio del Cimitero Monumentale e la sua cappella è meta di pellegrini che arrivano da tutto il mondo. Dal settimo anniversario della morte, nel 2012, è stata aperta la causa di beatificazione dall'arcivescovo Scola. E adesso, in Duomo, alla fine della Messa il cardinale parla di «fama di santità» di don Giussani, anche per le tante, continue visite e le tante testimonianze scritte lasciate sulla sua sepoltura di ciò che don Giussani continua a operare dal cielo. Grazie importanti sulla strada per gli altari.

Annunci