Milanesi da mille anni

Ricostruita in un volume la lunghissima e affascinante storia della famiglia Sessa

Accadde tutto per caso. Il destino volle che un giovane milanese di autorevole schiatta, all'epoca venticinquenne, fosse andato in vacanza con i genitori in quel di Varese. Non solo. Accadde pure che la famigliola organizzasse una gita a Lugano e, passata la dogana, s'imbattesse in un paese, diverso da tutti gli altri. Portava il loro cognome. Sessa. Fu in quel giorno di agosto di un lontano 1963 che nella mente di Adalberto si accese la scintilla. Iniziò a covare un desiderio inizialmente sopito: scoprire dove risalissero le sue origini. E, naturalmente, chi facesse parte di quell'ascendenza.

Nonno Giannino, civilista del Foro di Milano, non era soltanto uno stimato avvocato ma un cultore di musica e soprattutto un apprezzato poeta dialettale. A lui si deve la fondazione del ramo culturale della Famiglia Meneghina. Magro di un'esilità che emanava prestigio e saggezza, si era guadagnato una citazione sull'Enciclopedia di Milano firmata Franco Maria Ricci e, agli occhi del nipotino, appariva come un esempio. Da quando poi gli venne intestata perfino una strada nei pressi dell'ospedale San Paolo, Giannino divenne il nume assente del grande disegno di quel giovanotto.

Se n'era andato da tredici anni, quando si riaffacciò la volontà di dare volti e nomi alla sua stirpe. In quell'estate del '63, Adalberto intuì che la radici erano profonde e lontane ma sarebbero passati molti decenni prima di affondare le mani nelle carte. Un altro bagliore di luce sul passato lo accese Giorgio Rumi, compianto studioso e docente di Storia contemporanea alla Statale prima di diventare pure un consigliere Rai. Uomo buono, dall'intelligenza fulgida e la passione instancabile, accompagnata da una rara abilità di seduzione con le parole, Rumi spiegò a un non più imberbe Adalberto, chi fossero i Sessa, titolari di una castellania, nominati capitanei dal re d'Italia.

Non bastò. Il destino aveva deciso che Lugano sarebbe stato l'ombelico di quell'odissea e l'occasione fu un matrimonio di fine secolo. Quando Adalberto Sessa tornò nella città ticinese apprese dal padre della sposa che tracce delle sue origini erano pure a Porto Valtravaglia, sulla riva lombarda del lago Maggiore e a Daverio, a pochi passi da Varese. Sottrarsi fu impossibile e, grazie all'aiuto di un amico di famiglia, ogni tessera del mosaico finì al posto giusto. Ci vollero tredici anni, ma nel 2011 il verdetto fu sorprendente: la dinastia dei Sessa aveva più di mille anni. Per la precisione, undici secoli. La consuetudine medioevale lascia intendere che la famiglia prese il nome dal paese di quella gita di gioventù, noto alla storia fin dal 600 d.C., conteso da Franchi e Longobardi per la sua strategica posizione. Al di qua di monte Ceneri, «sull'erta roccia, vedetta della Tresa» era il punto di controllo ideale del passaggio di merci e armigeri dal Nord alla pianura padana. Feudatario degli Hohenstaufen, il casato vantava molti possedimenti sulle rive del lago Maggiore. Da Porto Valtravaglia a Sillavengo. Da Ceresolo ad Arolo, dove tutt'oggi spicca l'ex villa Sonzini, appartenuta al ramo Sonzini Sessa, discendenti di quell'ala che si trasferì nel Comasco, quando la dinastia perse molti favori dopo la morte di Federico II Stupor mundi. E l'ascesa dei Della Torre la costrinse a disperdersi.

Nel Cinquecento il «papa guerriero» Giulio II, gran committente di Raffaello, donò Sessa, Mendrisio, Lugano e Locarno agli svizzeri. Era il risarcimento per l'aiuto elvetico al pontefice nella guerra contro i veneziani. «Castrum nostrum Sessae», come lo definì il nipote del Barbarossa con il quale iniziò il legame tra quella nobile consorteria e la schiatta sveva, cessava di essere Lombardia. Eppure la famiglia continuava e già nel 1277 Ottone Visconti, nel suo Matricula nobilium, la annovera nella nobiltà milanese. Poco meno di settant'anni prima, Gerardo de Sessa veniva nominato cardinale da papa Innocenzo III e, nel 2011, diventava l'88esimo arcivescovo del capoluogo. Fu gloria breve perché meno di dodici mesi dopo, moriva. Non fu l'unico clericale. La monaca dell'Annunciata, suor Claudia Sessa, oltre che a Dio si era votata alla musica. Eccelleva nel violoncello ma soprattutto per la voce soave. E la Messa cantata da lei aveva fatto il giro della cristianità al punto che Margherita d'Austria la volle a corte. Invano.

Era la fine del XVI secolo, un periodo che aveva regalato nuovo lustro e qualche opacità. A Milano gli spagnoli non passarono come emblemi di buon governo. Si dice che divorassero molto più di quanto intascavano a Napoli e in Sicilia. Così don Gonzalo Fernandez de Cordoba, detto il «Gran Capitano», nel 1507 divenne governatore della città e assunse il titolo di Duca di Sessa, un incrocio che colorò di ispanismo anche la stirpe lombarda. Non fu motivo di gran vanto, ma il Rinascimento portò in dono altre soddisfazioni. Giovanni Battista da Sessa che esercitò l'arte della stampa, pubblicò la prima edizione del Milione che Marco Polo non scrisse mai ma, nelle prigioni genovesi, dettò al compagno di cella Rustichello da Pisa. Di lì a vent'anni, Francesco Sessa, questore ordinario togato della città e senatore di Milano, tenne a battesimo un bambino. Si chiamava Michelangelo Merisi e l'arte mondiale lo avrebbe conosciuto come il Caravaggio. Figlio di un valente capomastro che godeva delle simpatie degli Sforza ottenne che un membro del patriziato cittadino fosse il padrino del neonato. Così Francesco legò il suo nome a uno dei geni della tavolozza.

Furono meno fortunati i suoi nipoti, Filippo e Pietro, che sposarono due sorelle. Il primo, gioielliere e orefice di vaglia, fallì per motivi ancora sconosciuti. Lasciò 140 creditori - che successivamente onorò - e per ricostruirsi una vita fu costretto a spostarsi a Bologna dove poi sarebbe morto. Al fratello toccò la tutela di nove nipoti ancora minorenni dei quali Pietro si prese cura in aggiunta alla sua già numerosa famiglia. Filantropia di casa. La sorte, che non sempre è malvagia, gli assicurò eredi della sua stessa statura morale fra i quali su tutti eccelleva Luigi, fondatore della Società di incoraggiamento Arti e Mestieri a metà dell'Ottocento. Il 28 giugno 1859 fece parte della delegazione che presentò il progetto della Galleria a Vittorio Emanuele II, ma la sua carriera non finì lì. Dopo qualche anno fu nominato presidente della neonata Camera di Commercio, come imprenditore di spicco. Da industriale a industriale e di benefattore in benefattore l'esempio si tramandava nelle generazioni e Carlo Sessa, figlio di Luigi, fondatore del Banco Seta lombardo e della Società per la Filatura Cascami Seta rivelò il proprio altruismo alla sua morte. Lasciando un patrimonio di 32 milioni di lire dell'epoca, equivalenti a 136 milioni di euro attuali, Sessa riservò una fetta di ricchezze ai suoi discendenti e fondi pensione per congreghe e dipendenti. Era la prima forma di previdenza privata. A consolidare la discendenza pensò nonno Giannino, il poeta. S'innamorò di una cugina, Lina, dalla quale avrebbe avuto dieci figli, ma ognuno di loro faceva parte di una «cucciolata» ricchissima. Lina aveva otto fratelli e Giannino dodici. In famiglia li divisero in due tronconi, i Sessa belli legati alla famiglia di Lina e i Sessa brutti del ramo di Gian Michele detto Giannino, come si legge nel volume di Adalberto Sessa, La famiglia Sessa dal X al XXI secolo. E la favola continua.