Il mitico «Bagno di Diana»: lo Sheraton nato sul lido

Il primo impianto balneare all'aperto, filmato nel 1908 dai fratelli Lumière, è un grand hotel dove sfila Gucci

Sapeva di mare. Eppure, il mare stava dall'altra parte. Laggiù scorrevano solo ombre di fiumi. E neanche si vedevano. Confluivano in uno specchio d'acqua. Dolce. L'unica che Milano conoscesse. La Gerenzana. A nuotarvi, impudico e anguillesco, fu un tradimento ma a farne le spese non è stata una fanciulla come le altre. Diana era la signora delle selve, degli animali e delle donne. Soprattutto, dea di fonti e torrenti. Zampilli cristallini che il suo caratterino bizzarro, poco incline ai bagordi e molto più a suo agio con la solitudine, faticò a proteggere da giovani urlanti. E a caccia di divertimento a buon mercato. Lei, benché marmorea, non la prese bene. Condannata a sopportare schiamazzi, accolse almeno di buon grado il trovarsi fuori città, al limitare - appunto - dei boschi.

Dalle strade polverose - il cemento era utopia e la città era lontana da un'Italia di là da venire - ne spuntavano a frotte, con le scarpe sporche e una sporta in mano. Dentro, i mutandoni. Erano ragazzi, ma non sarebbero stati loro a sferrare alla divinità le subliminali coltellate che la fanno ancora sanguinare. Toccò a un'altra femmina ferire la figlia di Giove e Latona. Il primo affronto però le venne proprio da quei maschiacci ammalati di esuberanza. Solo loro potevano immergersi in piscina, alle donne era vietato. Così la patrona delle dame fu costretta a vedere ciò che non voleva. Era il 1842 e la parità tra i sessi era distante come il Bagno di Diana. Il Piave era un fiumiciattolo irrilevante ben lungi dal fermare lo straniero, così il viale che conduceva al primo lido pubblico all'aperto era dedicato a Monforte. Un nome che è rimasto, cambiando indirizzo.

Denotava un paese nei pressi di Alba e ricadeva sotto la diocesi milanese. Qui si era rifugiata una comunità di catari, eresia dualista che si dilaniava nel rapporto fra materia e spirito. Giochicchiava con il dogma trinitario. Non si curava granché dei sacramenti, assolutamente superflui. E tanto meno apprezzava le virtù del clero. Finì che tali bestemmie giunsero all'orecchio di Ariberto d'Intimiano, energico arcivescovo milanese, niente affatto tollerante. E contro di loro spedì l'esercito, che espugnò il castello. La popolazione fu deportata a Milano e «invitata» all'abiura di quella fede maledetta. Quij di Monfort, come furono etichettati in città, non accettarono supinamente e si ritrovarono sul rogo, acceso proprio in quella strada che, alla fine dell'Ottocento, avrebbe condotto al Bagno di Diana.

Era da poco scoccato l'anno Mille, allora. Otto secoli dopo, i fantasmi di quelle anime, evaporate nel sinuoso oscillare delle fiamme, erano ancora vivi. Almeno a parole. Echi bigotti e roventi.

A Diana il fuoco non è mai piaciuto. E nemmeno il vociare che si faceva intorno ad esso. Ma quella non fu l'unica occasione in cui lo incontrò. E neppure le sole grida che fu obbligata a sopportare. Andrea Pizzala - giovane d'ingegno distinto e rara modestia, del quale molto si ignora e poco si conosce se non che possedeva «senno canuto sotto verdi chiome», fidandosi del poeta e suo coetaneo Domenico Biorci - faceva l'architetto. Fu lui a costruire la galleria De Cristoforis. E a ideare quella piscina all'aperto. Fra le boscaglie. E fu sempre lui a volerci mettere una dea, ritrosa e solinga, a custodire la vasca di cento metri per 25, profonda fino a tre metri. Sistemò perfino centoventi cabine e un trampolino. E fu subito pazza gioia.

Diana si girò dall'altra parte. Le toccò tollerare. Ma storse il naso. Così sola. Così lei. Così profondamente lei. Amara sorvegliante di un indigesto androceo. E, fino al tramonto del secolo, di donne ne vedeva solo al mattino. Poche ore e via. Quatte quatte come colpevoli di essere l'altra metà di un cielo bistrattato. Nel 1896 vi si intrufolarono perfino i Lumière. Filmarono tuffi ribelli. Schizzi furibondi. Allegria incontenibile. Il cinema era nato da pochi mesi, ma tanto bastò. Oggi quella bobina esiste ancora. Intramontabile. Impressa su dvd, allora frontiera dell'inimmaginabile.

Lei, Diana, dovette vedere il fuoco in maniera diversa. Poco ardente. Molto ottico. Di lì a poco, un nuovo tradimento. Milano, femmina ambiziosa, s'ingrandiva. E il lido scomparve, almeno alla vista. Del bosco restò un'ipotesi. Il progetto di Pizzala crollò sotto le picconate di un collega che, dietro una facciata liberty, nascose il verde e la vasca. Achille Manfredini, sudista di Catanzaro, arrivò a rimorchio di papà, pubblico funzionario trasferito al Nord, anticipando una tendenza che a metà del Novecento si mangiò a morsi la città. Non aveva ancora quarant'anni ma aveva fatto le prove generali in via Ariberto e, quando giunse in viale Monforte, costruì il Kursaal e coprì la sorgiva alimentata dalla Martesana.

Il suo alleato fu la potabilità dell'acqua. Quando si affacciò in tutte le case, il fascino dei bagni pubblici impallidì. Anche se alle spalle stava un ippodromo. Un salone delle feste. Un caffè. Un tiro a segno. Sparì tutto. Tranne la fonte. Ai piedi di Diana si presentò un popolo festaiolo che riempì di voci fontane e giardini. La pista di pattinaggio e il teatro di quell'albergo, dove occasionalmente si proiettavano anche film. Era il 1908. Restava quel nome. Quella statua. Diana. La dea che non amava il fuoco.

Eppur divampò. Era la sera del 23 marzo 1921, ultima replica di un'operetta di Lehàr. Il padre della Vedova allegra metteva in scena la sua fatica più recente, La mazurka blu. Il teatro era in fermento. Gli orchestrali volevano scioperare per far riassumere un collega appena licenziato. Il pubblico rumoreggiava per il ritardo. Il Diana era nel mirino dei più esagitati perché vi si davano regolare appuntamento Mussolini e il questore. Giovanni Gasti. Un duro, tutt'altro che da operetta. E i 160 candelotti sistemati in un anonimo cestino all'ingresso artisti erano per lui. Ma quella sera cambiò posto. Ignaro e fortunato. Quando suonò la campanella che anticipava il sipario, le cariche esplosero. Erano le 22.40 e morirono in ventuno. La più piccola, Leontina Rossi, aveva cinque anni. Il più «vecchio», Salvatore Merrone, cinquanta. I feriti furono ottanta.

Gasti si incaricò delle indagini e se la prese con Errico Malatesta, principe degli anarchici milanesi. Voleva arrestarlo ma dovette desistere. Con le residue forze di un fisico debilitato dallo sciopero della fame, il ribelle condannò la strage su Umanità nova. In manette finì Antonio Pietropaolo, sorpreso a fuggire a un posto di blocco in corso Monforte. Con lui, dietro le sbarre, si ritrovarono a decine. Il processo si svolse in piazza Fontana, un luogo del destino. Vent'anni prima vi fu giudicato il regicida Gaetano Bresci e mezzo secolo dopo altri anarchici sarebbero morti o inquisiti per un'altra bomba di cui si parla ancora oggi. Pietropaolo si beccò quindici anni, ma ne fece dieci. Nel '32 lo graziò un'amnistia. Fuoco. Chiasso. Ordigni. Feste. Donne snobbate. Milano aveva tradito quella divinità. Pur lasciandone il nome. Ancora oggi che altre donne sfilano per Gucci nei saloni dello Sheraton a lei intestato. I nostalgici non pensano. Amano un'idea. Diana invece ha lasciato la firma. E se n'è andata. Benché fosse di marmo.